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VENTI
SIGARETTE
di
Marina Delvecchio
Venti
sigarette è una bella opera prima, un film necessario, forse
solo un po’ troppo televisivo laddove sono più evidenti le
ingenuità dell’esordio, sia nella regia che nella sceneggiatura.
Ma la storia che Aureliano Amadei ha da raccontare è così
forte (e sconosciuta) che supera tutte le critiche: è, appunto,
necessaria.
Un regista e il suo assistente alla regia – in realtà è
un caso fortuito e accidentale che Aureliano parta al seguito di Stefano
Rolla – si trovano in Iraq, scortati da militari italiani, per i
sopralluoghi di un film italiano che parlerà del recupero di reperti
archeologici nella zona da parte della missione italiana.
Aureliano, che nel film è interpretato dal bravo Vinicio Marchioni
(il “Freddo” di Romanzo Criminale – La serie),
presenta in poche scene la sua vita allegra e anarchica di pacifista convinto
tra le riprese per un videoclip e una birra con gli amici del centro sociale.
È questa levità sincera, senza troppi pregiudizi –
anzi, che dichiara fin da subito i propri pregiudizi poi sfatati, nei
confronti dei militari e dell’esercito - che fin da subito ci cala
con lui nella narrazione.
Aureliano avrà il tempo di stare a Nassirya, in Iraq, solo ventidue
ore, il tempo di fumare quelle venti sigarette del titolo ma anche di
capire che i soldati in missione non sono tutti “fascisti”,
né solo dei violenti, ma ragazzi come lui disincantati, consapevoli
delle bugie che lo Stato racconta in patria per giustificare i finanziamenti
alla missione, di fatto di guerra e non di pace.
L’atmosfera del film cambia subito dopo l’attentato. Amadei
sceglie di raccontare con crude soggettive i momenti immediatamente successivi
alla deflagrazione senza risparmiarci nulla di quello che lui stesso ha
visto, sentito e provato: polvere, sangue, spari confusi, una caviglia
spappolata e poi la fuga su un camion reggendo tra le braccia un bambino
iracheno senza vita.
Il tono cambia poi di nuovo nella terza parte del film, quella che riguarda
la lunga degenza al Celio, e le tante visite, alcune solenni ed ufficiali:
è la più carica di critiche per via delle strumentalizzazioni
che Aureliano rileva e non può tenersi per sé. È
così che ci consegna questa sua storia singolare: con gli occhi
sinceri di chi ha visto tutto per la prima volta, a mente aperta e vuole
raccontarlo anche solo per quelle ferite permanenti, non solo fisiche
ma anche e soprattutto psicologiche, quelle più difficili con cui
fare i conti, come ci mostra proprio nel finale del film.
È questo il valore di Venti sigarette: la passione, il
sentimento e l’umanità con cui descrive i militari caduti,
la franchezza con cui mostra la guerra nella sua realtà, senza
bugie e senza falsi eroismi, contro tutte le strumentalizzazioni politiche.
Speriamo che il premio come miglior film della sezione Controcampo gli
assicuri la visibilità che merita.
[settembre
2010]
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Nanuc: rivista di cinema, interviste, recensioni sul festival di Venezia