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FLAGS OF OUR FATHERS

Le bombe finte della rappresentazione mediatica sono illuminate dai flash dei fotografi che immortalano gli eventi in patria. Durante la raccolta dei fondi per la guerra si continua a rappresentare il gruppo degli eroi che pianta la bandiera sulla collina di cartone, mentre parte in soggettiva il sonoro dal fronte vero della guerra sull’isola di Jwo Jima. Un flash che porta dentro al ricordo diretto della paura tra corpi lacerati dalle granate del nemico invisibile e buche ceche. Con una struttura temporale a salti, con rimandi della memoria attraverso testimonianze diverse, simile a quella del Wellessiano Citizen Cane, Clint Eastwood decostruisce il monumento agli eroi per erigerne uno di natura più umanistica, fatto di debolezze, paure, dubbi, crisi di identità. Dai quadri classici della prima parte caratterizzati da uomini, oggetti, spettatori e navi e carri che affollano il campo visivo tanto da debordarne, si passa a paesaggi sempre più svuotati (soprattutto di suono), nella seconda parte del film. Dalla ridondanza del messaggio patriottico si scivola nella perdita di senso. Dalla foto della speranza scattata dalla macchina fotografica di Joe Rosental, l’attimo della verità voluta, attorno a cui ruota tutta la ricostruzione del figlio del “falso eroe”, si passa alle foto d’archivio con i veri eroi (i morti) della battaglia nei titoli di coda.

[Dicembre2006]