IL PERCORSO DEL SENTIRE Di Michele NanniQuando le affermazioni matematiche si riferiscono alla realtà, non sono certe; quando sono certe non si riferiscono alla realtà. Per Merleau-Ponty lo spazio è una delle strutture capaci di esprimere la condizione di “essere al mondo”. “Abbiamo affermato che lo spazio è esistenziale, potremmo anche aver detto che l’esistenza è spaziale” . In Notes by a trackman di Zhetyruov lo spazio esiste in quanto riconoscimento esistenziale e sensoriale e non come misura, il vecchio protagonista infatti non ha bisogno di strumenti scientifici per la diagnosi dei binari, ma di una conoscenza profonda che prende forma come al negativo, come l’immagine latente che deve essere sviluppata per rendersi visibile. Il suo è un sentire con il tatto e con l’udito la mancanza, la falla dove il binario perde il contatto diretto con il terreno. E’ così in grado di prevedere, in anticipo rispetto alle tecnologia informatica più sofisticata, dove si verificheranno le deformazioni del binario. Il vecchio è un’estensione organica della ferrovia, della sua storia, dei popoli nomadi che vivevano nella steppa, una specie di inglobante fordiano, ma forse più modernamente l’Aperto deleuziano, un luogo dove è possibile perdersi. La città è rappresentata visivamente solo come stazione d’arrivo, non ha una morfologia o un particolare carattere di identificazione. In quanto abitazione di un uomo moderno e di una tecnologia parcellizzante, è caratterizzata da un sistema di comportamenti indotti. Per chi arriva da un piccolo paese della steppa è il luogo della corruzione. Ma la vicenda del viaggio in città, sta al centro di una struttura più ampia, una sorta di sfera di vetro che, avvolgendola e compattandola, la rende perfetta, universale come un concetto. Alla città luogo artificiale, centro pragmatico della decisione e controllo politico, si contrappone il percorso, la ferrovia che, attraversando stazioni di campagna e piccoli centri, si dipana sinuosa lungo i territori sconfinati delle steppe del Kazakistan. In un tempo ancora raggiungibile dalla memoria del vecchio, la steppa era il luogo della transumanza di cui nel film risuona soltanto la fine drammatica con un breve inserto d’archivio. La ferrovia sembra ormai aver inglobato lo spirito della steppa, della transumanza, proprio in virtù dell’essere un percorso topografico con tanto di tappe, curve, biforcazioni, salite, attraversamenti. Una ferrovia-percorso quindi, che tende a privilegiare non tanto la partenza e l’arrivo come farebbe un collegamento rettilineo, ma uno svolgimento longitudinale inteso come cammino, erranza, sguardo in profondità (la più esistenziale di tutte le dimensioni) e in quanto tale apertura di senso. L’uomo in questa concezione è capace di deterritorializzarsi e riterritorializzarsi, è puro divenire, percorso di andata e ritorno, eterno movimento longitudinale attorno ad un centro cosmico, axis mundi: la stella polare che “serve a non perdersi” descritta dalla favola del vecchio al bambino all’inizio del film. Simmetricamente, alla fine del film, nella scena di archivio (della memoria), richiamata dal sibilo del treno sulle rotaie, gli animali e l’uomo inseguono e sono inseguiti da una motrice sulla ferrovia, emblema di una modernità drammatica che lascerà un segno indelebile, una trasformazione culturale violenta. Ma il vecchio è l’eroe che incorpora la ferrovia, la fa essere parte di sé immettendovi quello spirito di nomadismo di cui l’uomo avrà bisogno, forse, per recuperare il senso del tempo perduto. Ciò che ci interessa soprattutto in questo film è come il regista-filologo-ferroviere strutturi il suo lavoro in modo che quella concezione cosmica-esistenziale sia rispecchiata nell’opera dal suo movimento interno, attraverso una sorta di principio di rinnovamento continuo.
[Dicembre2006]
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