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OMAGGIO A PIERO BARGELLINI (24°Torino Film Festival)

di Raffaello Scolamacchia

Abbiamo avuto la fortuna di assistere per due ore filate alla proiezione dei film di Piero Bargellini, cineasta underground-sperimentale, alla cui opera il filmfestival di Torino 2006 ha dedicato la prima retrospettiva completa.
“Cineasta totale, nonché vergognosamente dimenticato”, scriveva di lui l'amico e compagno di cinema Marco Melani, nel primo omaggio che Torino gli aveva dedicato nel 1982, l'anno della sua prematura scomparsa, ad appena 42 anni, vittima della sua musa maligna.
L'impatto con le copie Betacam (il telecinema è stato realizzato a spese dell'organizzazione del festival) dei primi cortometraggi in 8mm. dell'autore toscano è straniante, soprattutto se si è reduci dai western che fanno da leit-motiv nel settore fuori-concorso della rassegna torinese. Ma le immagini di Bargellini sono vive e vibranti, anarchiche e pregne di ironia, tutta toscana, verrebbe da dire.
Un giovane laureando in medicina viene risucchiato negli incubi prodotti dal teschio umano lasciato sulla scrivania e cerca perciò di sbarazzarsene gettandolo dalla finestra. Immagini sovrapposte, danze macabre con effetti speciali rudimentali ma di grande effetto. Qui Bargellini metteva a frutto la sua conoscenza del mezzo cinematografico che gli veniva anche dagli studi di chimica.
Poi il campionario delle pin-up delle riviste erotiche degli anni sessanta, riprese a dettagli e a panoramiche strette, un'ode alla bellezza femminile.
Nel Club 3P Battifolle le “p” stanno a indicare una fantomatica società di produttori di vino della campagna toscana, e l'intervista ai contadini è surreale e a tratti esilarante, con l'intervistatore tra i pampini dell'uva e i contadini che si suggeriscono le risposte.
In Anno 2000 compare la fantascienza che, insieme all'erotismo, alla cinefilia e all'indagine della realtà, sarà uno dei temi sviluppati nelle opere successive. Bargellini lavora con il materiale del quotidiano, trasformadolo in oggetto evocatore delle proprie fantasie, e questa operazione richiama gli obiects trouvée di duchampiana memoria. Così i dischi volanti sono ricostruiti con dei piatti colorati ad hoc e le navicelle spaziali esplorano dei pianeti che sono angoli di giardino. Nel gioco esibito della sostituzione della macchina con oggetti quotidiani ritroviamo la fantasia e il gusto del paradosso delle macchine da guerra di un altro grande artista di quegli anni che è Pino Pascali. Ma Bargellini ha dalla sua parte il movimento, e il mezzo cinematografico viene da lui adoperato con la maestria artigianale che lo porterà a scoprire le immagini latenti nel successivo “Trasferimento di modulazione” (1969).
Insieme a lui, Tonino De Bernardi, Massimo Bacigalupo, Giorgio Turi, Alfredo Leonardi e altri cineasti in quegli anni a Roma costituivano nel 1967 la Cooperativa del Cinema Indipendente Italiano, sull'onda di quello che stava succedendo negli Stati Uniti con Jonas Mekas, Stan Brakhage, Markopoulos, Kenneth Anger e Ron Rice, riuniti attorno alla Film-Makers'Cooperative e alla rivista Village Voice. L'esperienza italiana sarebbe durata lo spazio di pochi anni, ma avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia dell'immagine, e non solo di quella in movimento.
Vale la pena ricordare le parole di Jonas Mekas, tratte dal Manifesto per l'anti-centenario del cinema (1995), a proposito di un grande maestro dell'underground americano, Stan Brakhage: "In tempi di produzioni opulente, spettacolari, da 100 milioni di dollari, voglio prendere la parola in favore dei piccoli, invisibili atti dello spirito umano, cosi' tenui, cosi' piccoli, che quando vengono esposti ai proiettori muoiono. Voglio celebrare le forme del cinema piccole, le forme liriche, la poesia, l'acquerello, lo studio, lo schizzo, la cartolina, l'arabesco, il sonetto, la bagattella e le canzoncine in 8mm".  Di questo cinema, Bargellini è stato l'alfiere.

[novembre2006]