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BORAT

di Francesco Azzini

Cultural Learnings of America for make Benefit
Glorious Nation of Kazakhstan.

“YOU LIKE?”
Sorride Borat dal grande manifesto pubblicitario che campeggia al lato di una corsia autostradale londinese; sullo sfondo i grattacieli di vetro e cemento di Canary Wharf, centro bancario e finanziario dell’Inghilterra.

“COME TO SEE MY FILM MOVIE!”
La faccia allungata, con i baffoni neri alla russa, ci guarda divertita da una fermata dell’autubus rosso a due piani di Piccadilly Circus.
Il linguaggio di Borat, il giornalista del Kasakhstan più famoso di Lilli Gruber e di Michele Santoro, oramai è diffuso tra tutti gli strati sociali del paese anglosassone.
Chi non ha mai incontrato “un Borat” che gli ha chiesto in maniera buffa e didascalica dove poter mangiare una pizza o quando sarà possibile incontrare la Regina Madre d’Inghilterra?
Il personaggio navigato di Sacha Baron Cohen, attore e autore, è un eroe nella comunità cinematografica londinese. Ha realizzato un film che e’ costato pochissimo ed ha incassato più di 100 milioni di pound. Il magnate della comunicazione ed amico di Berlusconi Rupert Murdoch, produttore e distributore della pellicola, ringrazia e promette che non ci sarà però un BORAT 2.

“YOU LIKE HE? E’ UNO STUPRATORE!”.
Parte con questa battuta il sedicente giornalista del grande e glorioso Kazakhstan Borat per poi, come prima di lui la banda musicale dei Leningrad Cowboys di Aki Kaurismaki, volare negli States!
Il film è una novità dal punto di vista dei generi cinematografici: non è un documentario ma potrebbe esserlo per tecnica di ripresa; non è un lungo di finzione perchè ci sono delle parti registrate in diretta con stile alla Moore; è sicuramente una presa in giro dello spettatore che ignaro di esserlo si compiace di quello che vede. L’audience di un film come questo deve essere divisa in due parti: la parte anglosassone puritana e quella europea. Non è un caso che negli Stati Uniti il prodotto di Murdoch abbia registrato un tutto esaurito come in Inghilterra perché è fin troppo facile negli States e in quel di New York abbassarsi i pantaloni davanti ad una vetrina di vestiti in Victoria’s Secret e simulare una masturbazione. Gli ingredienti del film sono già stati adoperati e manipolati dall’autore all’interno del palinsesto della televisione inglese.
Ma dove si trova poi questa sperduta terra? Se lo chiedono tutti tranne gli americani che ridono quando Borat gioca ad incularello con il suo fedele servitore produttore Azamat all’interno di una stanza di un classico motel statunitense. Quando poi vengono mostrate le proprie feci ad una pudica donna dell’alta borghesia americana allora le risate schioccano acide dalle nostre gole secche. Anche le battute antisemite, reputate offensive da tanti giornalisti dello spettacolo forse ben oliati dall’ufficio stampa della 20th Century Fox, sono fiacche e già sperimentate dai tempi del MinCulPop. Si ride a tratti e’ vero ma di quel riso caro allo stolto. È un falso documentario ben architettato ma non si può certo paragonare Sacha Baron Cohen al grande Peter Sellers come qualcuno ha scritto.
Ci sono due punti solamente dove il film diventa poesia e comicità cinematografica: nel primo Borat, in compagnia di un orso, è alla guida di un furgoncino che ricorda quello usato dai gelatai ambulanti; si sta dirigendo verso una collinetta all’interno di un grande parco. Ha fretta e quindi suona il clacson. Una ventina di bambini subito accorre ma giunti in prossimità del mezzo di trasporto si spaventano a morte vedendo il muso dell’animale che nel frattempo è spuntato dal finestrino.
Nel secondo momento che definirei il più comico, Borat ottiene di poter parlare alla massa di spettatori all’interno di un famoso rodeo del West Virginia. Inizia un monologo che santifica la missione a stelle e strisce in Iraq per arrivare a declamare e cantare l’inno del grande e glorioso paese del Kazakhstan. La performance live e’ delirante e produce un sentimento a dir poco negativo nei confronti degli ignari spettatori americani.
A questo punto viene da chiedersi cosa avrebbe imbastito Borat in un ipotetico viaggio in Italia:sarebbe, forse, entrato in San Pietro cercando di vendere preservativi alle suore o semplicemente vestito con abiti femminili passeggerebbe per lo struscio di Corleone, in Sicilia; azzarderebbe un’intervista al nostro Ministro degli Esteri Massimo D’ Alema chiedendogli il perchè del rifinanziamento della missione di guerra in Afghanistan visto che anni fa era un paese controllato dai comunisti dei russi e legato ai rossi italiani. Molto probabilmente, il BORAT’s Think and Comunication parla soprattutto a noi italiani, ci ricorda di quando andiamo all’estero e…
In questo “meaning” posso scrivere “I LOVE BORAT!”

[marzo 2007]