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L'AMORE
BUIO
di
Marina Delvecchio
È
attraverso un contrasto di luce, innanzitutto, che Antonio Capoano sceglie
di raccontare una storia vera (d’amore) in una Napoli cruda, mai
scontata.
Come in altri suoi film - La guerra di Mario, Pianese Nunzio
14 anni a maggio – oltre alla città di Napoli, sono
protagonisti i giovani, bambini o adolescenti problematici, indagati da
vicino con uno sguardo attento e appassionato.
Questa volta il film gioca sul contrasto (anche di luce) tra la Napoli
borghese, silenziosa, ovattata, fredda e quella solare ma anche bruciante,
della strada e della periferia.
All’origine della storia c’è lo stupro di una ragazza,
Irene, ennesima, fatale bravata di un branco di ragazzi di periferia che
scorazzano in motorino senza casco. Eppure, poche scene prima, Capoano
li ha ritratti sugli scogli, in una giornata così assolata da soffocare,
mentre si tuffano in libertà e si divertono anche solo con una
pizza.
Anche Irene è una ragazza semplice, a dispetto del mondo elegante
che la circonda: il fidanzato, proiettato verso una vita e una carriera
all’estero, i genitori (il padre, Corso Salani, in quello che è
stato il suo ultimo ruolo come attore) ansiosi e protettivi.
Ma è su Ciro, il ragazzo del branco che rimane sconvolto dall’evento
e si auto denuncia, che si concentra l’attenzione del film. In seguito
al suo pentimento tutto il branco finisce in carcere.
Nessuno perdona a Ciro il tradimento, eppure a lui questo non importa,
non sembra toccarlo. Quello che vuole è entrare in contatto con
Irene e per questo comincia a scrivere: una lettera dopo l’altra,
per anni. La scrittura come terapia contro il dolore e la solitudine,
come la lettura. Leggiamo per non sentirci soli e scriviamo per non sentirci
soli. Questo fa Ciro. Scrive e poi legge, rilegge, legge ad alta voce
le sue lettere per creare un amore impossibile, per sopportare il dolore
di aver fatto del male a qualcuno.
Irene, invece, inizialmente chiusa in se stessa e nel dolore di quanto
subito, si apre al teatro come terapia e come via d’uscita dall’isolamento
in cui il trauma della stupro l’ha relegata.
Entrambi i mondi vengono a contatto, si avvicinano, uscendo dalle loro
consuetudini e dai loro autismi, più o meno fatali.
Costa fatica a Ciro scrivere e ad Irene recitare, eppure non possono farne
a meno per uscire dal buio che sentono dentro e con questo, nel dramma
che per leggerezza uno ha inferto all’altro, si sfiorano e si avvicinano.
Capoano ha
raccontato che il film è tratto da una storia vera e che nella
realtà i due ragazzi si sono sposati e hanno avuto due figli. Nel
film invece questo incontro non avviene mai. Irene risponderà solo
una volta a Ciro, eppure quelle parole, che all’inizio rifiuta,
la riconcilieranno con se stessa e le daranno la forza di diventare una
donna. Così è per Ciro, che continuerà a scrivere
e a cambiare, a capire come esprimere il suo dolore, diventando un vero
uomo, non l’uomo che la delinquenza urbana vorrebbe, cinico e spietato.
Nel finale, perciò, l’incontro, dopo anni, è solo
sognato, come se i due si portassero dentro, ormai, l’uno nell’altro,
quello che hanno appreso con dolore e sofferenza e che solo nel tendere
l’uno verso la diversità dell’altro hanno in qualche
modo riconciliato.
[settembre
2010]
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Nanuc: rivista di cinema, interviste, recensioni sul festival di Venezia