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CASSANDRA'S DREAM

di Marina Delvecchio

Fuori Concorso

Cassandra’s dream chiude la trilogia aperta da Match Point e proseguita con Scoop, tre film dostoevskijani, legati dal tema del “delitto senza castigo”. Come abbiamo già accennato (v. l’editoriale “È sempre adesso”) non solo questo lavoro di Woody Allena ci sembra assai meglio dei precedenti, troppo inverosimili nella trama, ma, pur nei limiti di un film hollywoodiano, almeno nella confezione, racchiude molto bene non solo lo Zeitgeist della Mostra ma addirittura del mondo oggi: la rapacità a cui è ridotto l’uomo dell’era post 11 settembre. Non c’è storia che sia più vicina a dei redattori trentenni e precari come noi di quella dei due fratelli interpretati l’uno dal livido Ewan Mc Gragor (che dai tempi di “Grazie Signora Tatcher” e “Trainspotting” non ha mai tradito il suo talento nell’incarnare le contraddizioni della middle class inglese) e l’altro dal goffo Colin Farrell. L’uno gestisce il ristorante del padre ma sogna l’alta finanza e le belle donne, l’altro fa il meccanico e ha il vizio del gioco. A nessuno dei due riesce di stare all’altezza dei loro sogni. Perché barano con la vita e perché hanno troppa fretta di arrivare, di avere tutto, subito e senza fatica: Ian conquista la sua nuova fidanzata facendole credere di essere molto più ricco e sicuro di sé; Terry scommette sempre di più per pagare le rate del mutuo di una casa troppo costosa che non riesce a negare alla giovane moglie. Cassandra’s dream è il nome di un cane e di una barca: grazie ai soldi guadagnati al cinodromo puntando su un levriero così battezzato Ian e Terry possono comprare il battello dei loro sogni. Ma gli stessi desideri che all’inizio li uniscono, simboleggiati dalla piccola barca su cui salpano nella scena iniziale, finiranno poi per dividerli fino a che proprio l’imbarcazione arenata nella tragica scena finale segnalerà la fine amara dei loro tentativi di sfidare la vita senza faticare, senza fare sacrifici. Costretti infatti al delitto dalla zio (un bravissimo Tom Wilkinson a cui è affidata l’unica parte ironica e paradossale del film, per il resto molto serio), non riusciranno a venire a patti con la loro coscienza.
Il film ricorda nella trama un altro molto bello di Sidney Lumet visto invece alla Festa di Roma. Forse la scelta di dipingere conflitti così amari proprio tra fratelli è il segnale di un’umanità così regredita da essere tornata all’eterna sopraffazione di Caino.

[dicembre 2007]