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Dear
Wendy: il paradigma dell'inconsuetudine
di
Michele Nanni
Camminavo
a testa bassa,
affannavo nel sudore di una febbre cronica
mentre quel lebbroso storpio mi inseguiva;
avevo l'impressione che lo facesse da giorni.
Ad un certo punto mi arrestai
e quando ebbi finalmente modo di vederlo da vicino,
vinsi il mio male.
Portare
le cose all'esasperazione per renderle chiare
Nel 1995
Thomas Vinterberg e Lars Von Trier avevano redatto il manifesto di "Dogma".
Lars Von Trier dopo "Gli Idioti" ne aveva già infranto
le regole, o meglio, aveva fatto film al di fuori. D'altra parte infrangere
le regole è la necessità di evolvere e le regole del Dogma
sono un esercizio di stile che tutti dovrebbero infrangere almeno
una volta. Dovrebbe farlo Bertolucci(1).
Adesso che i fondatori del "voto di castità" rinunciano
a quelle regole, appare, a chi scrive sui quotidiani e sui periodici,
come una contraddizione, un controsenso.
Il "dogma della libertà", già paradosso terminologico,
ha lasciato invece un forte segno e se l'intento dichiarato in quello
era di fornire un esercizio per liberarsi dagli obblighi formali del cinema-industria,
in questo film assistiamo ad una trasformazione, probabilmente ancora
da sviluppare ed evolvere, da manifesto politico a manifesto estetico.
Dear Wendy,
l'ultimo film di Thomas Vinterberg e sceneggiato da Lars Von Trier, inizia
con un flash forward in cui Dick, il protagonista, scrive una lettera
a Wendy: ancora non sappiamo chi sia Wendy, lo sapremo durante la narrazione.
La lettera sta tutta dentro un foglietto col quale il protagonista confeziona
una rosa rossa per l'ultima scena. È impossibile che tutta la vicenda
narrata stia lì dentro: è come se nello scrivere Dick avesse
divagato, ricordato, sognato, in uno spazio di sospensione temporale,
ed avesse ceduto allo spettatore direttamente l'immagine del suo pensare
per poi lasciarlo libero di andare per conto suo, nella complessità
di segni ottici e sonori puri dell'ultima scena.
Il film procede con la voce di Dick fino al momento preparatorio della
lunga scena finale, momento della scrittura, della stesura della storia,
del racconto che abbiamo visto e ascoltato.
Agenti
patogeni
Io sono diverso da mio padre, lui si rifugia sottoterra, dove gli uomini
possono essere controllati dallo sceriffo, qui siamo in America ed ognuno
ha il suo ruolo e la libertà di sceglierselo: d'altronde quello
che mi era stato assegnato non mi si confaceva, non sono abbastanza forte
per lavorare nella miniera.
Il mondo di sopra è la piazza, Electric Park, dove accadono le
cose, dove si svolge il tempo; il mondo di sotto è la miniera nuova,
dove stanno i minatori come mio padre. Poi c'è la vecchia miniera,
quella abbandonata.
Il mondo di sopra e quello di sotto soffrono di una malattia cronica,
tutti ne vengono investiti, ma non so bene come e non so bene cosa.
Un giorno, per puro caso, ho trovato la soluzione, Wendy: ma non lo sapevo,
è stato Stenie a rivelarmelo. Stenie lavora con me da Solomon e
anche lui è scappato dalla miniera. Wendy è una calibro
6 e 65 "a doppia azione", una piccola pistola femminile. Anche
Stenie ha una pistola: si chiama Acciaio Cattivo.
Ma noi siamo pacifisti e portarci dietro un'arma non significa che dobbiamo
usarla, anzi. Però tenendola con noi ci fa sentire sicuri: adesso
possiamo restare fermi in mezzo alla piazza senza scansarci quando i minatori,
l'esercito dei morti viventi, usciti da l sottosuolo attraversano la piazza.
Io e il mio amico Stenie abbiamo sconfitto la malattia del mondo metabolizzandola:
se le nostre armi sono il ceppo batterico che provoca il male, noi l'abbiamo
assimilato, ci siamo immunizzati e siamo guariti. Per questo dobbiamo
dirlo anche agli altri amici, anche loro devono avere la loro arma, anche
loro devono rivalersi della malattia, della paura che si è diffusa
sul mondo come un'epidemia, una malattia "borghese" che tiene
gli individui rinchiusi nelle loro case per paura di fantomatiche bande.
E così abbiamo costruito la nostra società segreta alla
cava abbandonata, "il Tempio".
Noi siamo i Dandy, i deboli, gli sconfitti, o meglio gli inadeguati, i
disadattati che ora si ridefiniscono in quanto individui in virtù
della loro inusuale festosa unione. Hanno ingerito il germe, quella strana
droga inorganica , il "metallo cattivo" per ottenerne una vitalità
sotterranea troppo minacciosa per il mondo di sopra che preferisce rimanere
malato.
Sapere
come si fa e non farlo
La prima regola dei Dandy è che non si possono mostrare le
armi. Tirarle fuori e sparare si dirà "amare", ma questo
non si potrà mai fare al di fuori del Tempio.
Ciò equivale a dire "sapere come si fa e non farlo",
e intanto stiamo tutti là ad aspettare che la regola venga infranta.
La luce è espressiva, cioè non indifferente, eppure proviene
da fonti presenti nella scena, illumina i volti, i corpi e gli oggetti
all'interno di ambienti bui. A volte i personaggi sono sagome in controluce,
come la ruota della miniera che si staglia contro un cielo eternamente
nuvoloso.
Anche la focale corta tende a isolare i dettagli del contesto, soprattutto
le inquadrature di Wendy e dei volti dei protagonisti, esseri animati
dotati di luminescenze interne.
La macchina è a mano, anche quando non si nota . A volte sembra
fissa ad anche i movimenti sono fluidi, ma non c'è cavalletto,
carrello, steadycam o dolly. È come lo sguardo di qualcuno che
tiene i piedi per terra.
Il suono è prodotto separatamente dalle immagini, c'è la
voce narrante del protagonista, che nel finale si sdoppia con quella di
Sebastian. D'altra parte non è così classica, è come
l'espressione del suo ricordare, del suo riflettere sul ricordo, non è
calata dall'alto. Così come la musica degli Zombies che parte comunque
dalla scena stessa: Dick ha un disco vinile.
L'immagine è sgranata e rumorosa, il colore non è laccato,
l'uso del supporto elettronico (probabilmente HD), ci regala un'atmosfera
rarefatta come negli ultimi quadri di Tiziano, quando aveva posato il
pennello e dipingeva direttamente con le dita.
Dopo i pessimi Wenders ed i dignitosi Clint Eastwood che ci rivomitano
addosso il cinema classico con tutto il suo mondo ipocritamente realistico
delle affezioni e dei riferimenti facili, finalmente una rilettura moderna,
complessa, kafkiana della storia americana e occidentale diventa il contesto
della sua nevrosi, paranoia, schizofrenia, potere autodistruttivo, capacità
di forgiare i morti viventi per usarli come manodopera, controllare la
diversità nell'eventualità di usarla come humus produttivo
oppure annientarla non appena si trasforma in fenomeno incontrollabile,
non appena si varca quel limite demarcato dalla scritta NO TRESPASSING.
Un cinema che ci fa vedere dove siamo malati e ci dà fastidio.
[ottobre
2005]
DEAR WENDY
Regia:
Thomas Vinterber; sceneggiatura: Lars Von Trier; fotografia:
Anthony Dod Mantle; montaggio: Mikkel E. G. Nielsen;
musica: Benjamin Wallfisch; interpreti:
Jamie Bell, Bill Pullman, Michael Angarano, Danso Gordon; produzione:
Lucky Punch, Nimbus Film ApS, Zentropa Entertainments; distribuzione:
Eagle Pictures.
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