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TEMPO
DI AMARE di
Marina Del Vecchio
"Anche
se il disegno generale è stato minuziosamente progettato
ciò che conta non è il suo chiudersi in una figura armoniosa,
ma è la forza centrifuga che da esso si sprigiona, la pluralità
dei linguaggi come garanzia d’una verità non parziale."
(Italo Calvino)
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Il quadro è mosso, ma non ce ne accorgiamo perché la macchina
da presa, non essendo quasi mai fissa, si muove impercettibilmente, con
leggeri sfasamenti dello sguardo, piuttosto che con bruschi spostamenti
dell’asse. L’occhio, cioè, sembra "andare a zonzo",
oscillare verso un fuoricampo che si immagina molteplice, aperto, dinamico,
per poi tornare a fissarsi, ma solo per uno spazio limitato nel tempo.
Anche l’immagine è sgranata, ma il supporto ad alta definizione
ne maschera perfettamente le imperfezioni e le riassorbe in un’atmosfera
rarefatta, mentre la luce, apparentemente naturalistica, è in realtà
assai teatrale e stabilisce di cosa si interesserà la storia e
cosa, invece, lascerà in ombra. Da un alto i cinque giovani protagonisti,
pacifisti e dediti al culto e al collezionismo di armi, dall’altro
la massa di adulti "zombie", minatori o poliziotti che siano,
della cittadina americana in cui vivono. Nient’altro che sagome
di automi di cui non vedremo mai i volti, di cui non conosceremo mai i
pensieri.
Il dècalage del quadro si rispecchia nello sfasamento,
altrettanto fecondo, a livello contenutistico.
Niente di più facile, infatti, che cedere alla tentazione di definire
un film così sfaccettato un’allegoria del pacifismo con le
armi operato dagli Stati Uniti. Eppure i suoi autori hanno dichiarato
che il film è tutto tranne questo.
Dear Wendy, infatti, non è tanto un dramma a tesi quanto
piuttosto un conte philosophique, un pamphlet in cui l’arma
è una pistola, ma potrebbe essere una poesia, un quadro, un componimento
musicale. È, cioè, una forma di identità altra, libera
e aperta in un mondo angusto e limitante di morti (viventi), forgiato
apposta per sopire ogni forma di creatività. E di rivolta interiore.
Estremizzando si potrebbe dire che la pistola è l’Arte e
che nel momento in cui questa non è più una conversazione
da salotto, non è più una mera pantomima ma assume un ruolo
attivo, diventa rivoluzionaria, può uccidere e rischia di sovvertire
l’ordine costituito. Fa fuoco, appunto, e diventa assai pericolosa.
Scatena, perciò, da parte della società una rimozione che
mira al conformismo più bieco, che si esprime attraverso il pregiudizio.
Non è un caso che l’elemento scatenante dell’azione
– o del passaggio dalla teoria all’azione - sia provocatoriamente
un ragazzo di colore, omologo al nero dei film di Romero, che è
rivoluzionario e insieme vittima della discriminazione. E non è
un caso neppure che i cinque protagonisti facciano più o meno esplicitamente
riferimenti al decadentismo e a un’estetica fine a se stessa, che
rivendica a sé l’indipendenza dal giudizio morale.
Il film infatti, può essere letto come una difesa dell’Arte
e della diversità contro il conformismo.
Anche Dogma, nato dieci anni fa, al di là di quella che è
stata poi la sua evoluzione, non aveva tanto la funzione di sovvertire
delle regole quanto di riaprire la discussione sul cinema, spostando l’attenzione
sul film, piuttosto che sul suo autore o su una sua supposta "poetica".
Ai protagonisti di Dear Wendy Lars Von Trier (che ha scritto
la sceneggiatura) fa chiamare l’infrangere la regola di non usare
le armi, provocatoriamente, "amare".
Se "amare" era ai tempi di Dogma infrangere le regole, forse
oggi è restare delle mine vaganti, non essere riducibili a una
causa assoluta e definitiva.
[ottobre
2005]
DEAR WENDY
Regia:
Thomas Vinterber; sceneggiatura: Lars Von Trier; fotografia:
Anthony Dod Mantle; montaggio: Mikkel E. G. Nielsen;
musica: Benjamin Wallfisch; interpreti:
Jamie Bell, Bill Pullman, Michael Angarano, Danso Gordon; produzione:
Lucky Punch, Nimbus Film ApS, Zentropa Entertainments; distribuzione:
Eagle Pictures.
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