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ESSENTIAL
KILLING
di
Michele Nanni
Il
fuggiasco siamo noi
Gran
premio della giuria di Venezia, Coppa Volpi a Vincent Gallo come miglior
attore protagonista. Il film che ha incassato più premi è
senza storia, ma è la storia, la nostra storia.
Il protagonista non ha bisogno di un nome. Non sappiamo se il talebano
con le cui gambe stiamo iniziando a correre, con le cui mani ad uccidere,
sia un terrorista importante, vicino ai vertici di Al Quaeda, o un semplice
soldato Afgano. Ma ne percepiamo e ne condividiamo la disperazione, la
fatica, il dolore, i ricordi sonori e visivi.
L’essenzialità della messinscena ci aiuta ad incarnarlo.
Fin dalle prime inquadrature è manifesta l’astrazione del
racconto: dall’alto di un elicottero in ricognizione, un deserto
roccioso, con gole che compongono un labirinto dove non si può
sicuramente vivere, ma solo lottare per la sopravvivenza, fuggire, cancellare
le proprie tracce.
La prima immedesimazione con il protagonista è attraverso il suo
sguardo. Siamo in una grotta, in fuga da un esercito che sembra sbarcato
su un pianeta estraneo. Una colonia ai confini dello spazio. All’interno
della grotta prendiamo un bazooka dalle braccia di un soldato morto e
facciamo fuoco contro un gruppo di “colonizzatori”. Subito
dopo rivediamo il protagonista attraverso l’occhio del suo persecutore,
dall’elicottero. Poi è un alternarsi di soggettiva, semi-soggettiva
e oggettiva, ma sempre tendente all’astrazione. Astrazione anche
durante il capitolo delle torture, accentuata dalla perdita dell’udito
del protagonista. Astrazione del paesaggio nella neve, deserto bianco.
L’uomo, che siamo chiamati ad impersonare è, in quanto condizione
esistenziale, in continuo mutamento a seconda del contesto: combattente
nel deserto Afgano. Assassino dopo l’incidente per impossessarsi
degli strumenti di sopravvivenza (pistola, scarponi per camminare nella
neve). Animale che si nutre di cortecce e bacche nella selva del deserto
bianco. Bambino che ha bisogno di un seno materno per sopravvivere. Cane
randagio rifocillato dall’empatia di una donna sordomuta. Fuggiasco
per tutto il film.
L’uomo di Skolimovsky, nell’anno che, per il calendario dei
Maya, precede la fine dei tempi, è in fuga dal suo mondo e da quello
che gli è estraneo, dalla natura e dalla civiltà. E la sola
ultima possibilità di cavalcare il proprio destino, per quanto
breve e visionaria che sia c’è, ma la deve barattare con
la vita stessa. Come tutti noi.
[settembre
2010]
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Nanuc: rivista di cinema, interviste, recensioni sul festival di Venezia