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di Marina Delvecchio

Concorso

Al centro del nuovo film di Ken Loach vi è la sua protagonista, Angie. Il suo personaggio (nell’ottima interpretazione della debuttante Kierston Wareing, capace di rivestirlo di molteplici sfumature e sfaccettature che incarnano il fascino) è l’oggi, siamo noi, è il mondo “libero” di cui parla il titolo. Per Loach, infatti, non si tratta più, come nei film precedenti (da Family Life a Ladybird Ladybird), di dare voce ad una classe operaia che forse non esiste più, perché è diventata liberista e cinica ed è stata conquistata dalla stessa ansia di successo dei suoi padroni e nemmeno agli immigrati (come ne Il pane e le rose). È il mondo globalizzato con la sua presunta libertà del denaro che viene ritratto e messo sotto accusa, è la working class di ieri che oggi “aspira a stare dalla parte dei vincitori” e che pur di arrivare ad iscriversi tra i consumatori felici mente, ruba, umilia. Angie è una di loro: stufa di essere fregata ha deciso di adeguarsi. Del resto come biasimarla? Ha cambiato dieci lavori, deve mantenere un figlio senza un compagno: è dura e scorretta, ma non più di quanto i suoi datori di lavoro lo siano stati con lei.
La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Peter Laverty, è molto efficace nel mettere a fuoco tutte le sfaccettature della protagonista, che, nonostante la sua spietata ansia di sopravvivenza non è affatto antipatica, anzi. Ma rende conto anche di chi non la pensa come lei: il padre operaio, che cerca di risvegliare la sua coscienza civile, la collega Rose, che inizialmente la asseconda e infine se ne dissocia, il ragazzo polacco con cui Angie ha una breve storia e che le insegna che non tutto si può o si deve per forza comprare, pagare.
“Angie ha le sue ragioni - dice Loach – la storia la racconto guardandola con i suoi occhi. Non è colpevole, è il sistema che non va.” È vero: oggi il lavoro non garantisce più né sicurezza, né dignità. “La disoccupazione e la precarietà sono come un virus che si incista nel tessuto sociale. I problemi economici sono fonte di insicurezze e pressioni psicologiche che distruggono la famiglia. E quando per giustificare questo stato di cose ti dicono: “È così che va la vita, non ci si può fare niente” mentono. È solo un modo per preservare i propri interessi. La realtà non è così, ci si può organizzare in maniera diversa”. “Il cinema - conclude Loach - non può cambiare il mondo, ma può porre domande. Le cose possono cambiare, dipende da noi.”

[dicembre 2007]