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DISENGAGEMENT
di
Marina Delvecchio
Fuori
Concorso
Film letteralmente
“diviso in due”, perché sempre a cavallo di frontiere,
reali o astratte: come il bacio scambiato su un treno al confine tra una
palestinese e un israeliano. Un bacio che non unisce ma piuttosto accomuna,
non fonde ma avvicina due persone altrimenti divise sulla stessa terra
d’origine. E del resto quale film meglio di questo rende conto dell’uomo
diviso tra l’oblio e la memoria, costretto a tenersi in equilibrio,
come i protagonisti del suo film, tra il ricordo di sé e delle
proprie tradizioni, il dolore di doverle tradire (o di doverle seguire),
la necessità di dimenticare il male di ieri e di oggi per guardare
avanti senza rancore.
“In questo film – spiega Amos Gitai - siamo letteralmente
a cavallo delle frontiere mettiamo in relazione persone che altrimenti
penseremmo come totalmente separate. Dopo tutto gli esseri umani sanno
di possedere la capacità di incontrarsi gli uni con gli altri.
Altrimenti - conclude - l’umanità non sarebbe sopravvissuta
a tutte le atrocità che gli esseri umani hanno commesso gli uni
nei confronti degli altri.”
Come già Kippur, anche Disengagement inizia da
una scena d’amore e di unione, che è quasi una promessa,
per spostarsi poi verso un universo più frammentato, diviso. Questa
volta però Gitai sceglie di partire dell’Europa, dove Uli,
poliziotto isreìaeliano incaricato di organizzare la smobilitazione
dei coloni da Gaza (il “disengagement”), si reca a far visita
alla sorellastra Ana, in occasione della morte del padre. La scelta di
ambientare il funerale ad Avignone dà a Gitai l’occasione
di contrapporre un continente che, pur essendo ricco di storia e di fascino,
è ormai statico, immoto, quasi privo di vita - come la salma del
padre e l’enorme e decadente villa in cui è esposto –
e una terra (Israele, dove si sposteranno Ana e Uli nella seconda parte
del film) che, anche se attraversata da conflitti laceranti e continui
spostamenti dei confini, è tuttavia più fertile e vitale.
Anche l’atteggiamento di Ana (interpretata da Juliette Binoche)
cambia a contatto con una terra mossa da tragedie e scontri esteriori,
in cui le case, a differenza della villa di Avignone, possono essere distrutte
in poche ore.
Le barriere, i confini, gli ostacoli esistono e non se ne può fare
a meno, non si possono ignorare, sembra dirci Gitai: tutto il film è,
letteralemente, un attraversamento continuo di barriere, di ostacoli.
Ma nello spostamento fluido della macchina da presa è contenuta
la libertà, innanzitutto mentale, dello spettatore che può
spaziare da una parte all’altra e cercare di ricomporre un quadro
d’insieme, anche se imperfetto, fragile, in continua evoluzione.
“Se gli esseri umani non avessero la capacità di dimenticare,
oltre a quella di ricordare, non sarebbero in grado di andare oltre. Disengagement
concede una modalità di liberazione dal passato e di progresso
verso una qualche forma di riconciliazione. Penso che gli israeliani e
i palestinesi saranno in pace soltanto quando accetteranno l’idea
che le soluzioni politiche sono sempre imperfette.”
[dicembre
2007]
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Nanuc: rivista di cinema, interviste, recensioni sul festival di Venezia