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LA
GUERRA DEI FIORI ROSSI
di
Luisa Bianconi
Il piccolo
Qiang ha quattro anni quando un giorno d’inverno viene portato dal
padre in uno dei tanti asili statali a tempo pieno nati in Cina intorno
alla metà del ‘900. E’ un periodo molto doloroso e
difficile per questo paese, in cui i genitori sono costretti a relegare
i loro figli negli asili perchè troppo impegnati dai doveri della
rivoluzione socialista.
L’educazione dei bambini, 135 piccoli attori cinesi che il regista
e’ riuscito a mettere in scena, e’ completamente affidata
alle maestre che regalano fiori rossi di carta velina ai bimbi più
ubbidienti dell’asilo. Le cinque regole più importanti da
seguire sono: vestirsi da soli, andare regolarmente in bagno ogni mattina,
lavarsi le mani prima di mangiare, essere educati e soprattutto non disubbidire
alle regole.
Guadagnarsi i tanto sospirati fiori rossi e’ ogni giorno un’impresa
veramente difficile, una vera e propria guerra agli occhi del piccolo
Qiang, che non vuole restare in quell’asilo e non capisce a pieno
le regole imposte.
Dalla sua fantasia scaturiscono draghi, mostri e storie fantastiche. Per
contro la realtà che gli si presenta ogni giorno e’ molto
rigida. I bambini vivono come tanti piccoli militari in una pseudo caserma,
seguendo orari fissi e muovendosi quasi sempre in fila.
Qiang arriva all’asilo con un codino che gli viene immediatamente
tagliato dalla maestra. L’ultimo segno di distinzione dagli altri
bambini cade apparentemente in quel preciso istante. Ma la sua natura
e’ diversa. Qiang è un piccolo ribelle che non riesce ad
adattarsi alla vita collettiva, rigorosamente organizzata e pianificata
in ogni minimo particolare. Considerato un diverso dai compagni perchè
la notte bagna il letto, Qiang è all’inizio molto timido
e remissivo. Presto però diventa una piccola peste e a momenti
anche un “leader” in una società in cui non sono ammesse
differenze e individualismi. Il piccolo mondo dell’asilo e’
così la metafora di quella società di adulti che aspetta
fuori i loro figli una volta “ben educati”.
Il film, tratto dal libro dello scrittore dissidente Wang Shuo e diretto
dal regista Zhang Yuan, nonostante le tematiche affrontate, è molto
delicato. La storia e’ narrata in modo da non mettere in contrapposizione
i due diversi punti di vista, quello dei bambini e quello delle insegnanti.
La narrazione segue il punto di vista dello spettatore, in particolare
dello spettatore occidentale, che viene sensibilizzato e costretto a riflettere
sul tema della libertà, dell’educazione come momento fondamentale
nell’edificazione di una società, del rapporto spesso conflittuale
tra singolo e pluralità, tra uno e tutto.
La rivoluzione socialista non viene mai presentata come qualcosa di sbagliato
o da combattere. L’intento del regista però è stato
condizionato dalla censura che tutt’oggi in Cina è fortissima.
Yuan, che di solito non viene a compromessi e ha inventato insieme ad
altri cineasti un circuito indipendente (clandestino), questa volta ha
accettato alcune imposizioni della commissione ed ha così deciso
di cambiare il finale che vedeva il protagonista fare la pipì di
fronte alla sfilata degli stacanovisti. La decisione del regista e’
stata condizionata dalla volontà di far proiettare il film (a differenza
di Diciassette anni, il precedente film dello stesso regista, mai proiettato
a causa della censura) e di farlo vedere a un pubblico più vasto
possibile.
Se quindi la tensione narrativa non e’ fortissima e la posizione
del regista non è così esplicitamente dichiarata ci sono
delle valide ragioni e non per questo il film risulta meno forte e bello.
Da sottolineare la produzione italiana del film di Marco Muller e la collaborazione
con Jacopo Quadri e Carlo Crivelli, autore delle musiche.
Drammatico –
107 min.
Regia di Zhang Yuan
con Dong Bowen
Italia/Cina – 2005
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