Nanuc: rivista di cinema, interviste, recensioni sul festival di Venezia
Nanuc - homepage

ultime uscite

approfondimenti

male e peggio

interviste

contatti

link

credits

IL MATRIMONIO DI LORNA

di Marina Delvecchio

Inizia con dei soldi – quelli che Lorna mette in banca – , soldi che alla fine sono quasi come fiches del monopoli: pezzi da 500, da 100, più grossi del normale. È attenta Lorna, cerca di non sbagliare nulla, di non innamorarsi, di non abbassare la guardia con nessuno: le sue azioni minuziose sono tutte volte a risparmiare.
Ha una fidanzato,come lei albanese, che si chiama Sokol. Ed è sposata con un ragazzo belga tossico, Claudy, ma solo per prendere la cittadinanza, divorziare, risposarsi, prendere un prestito, guadagnare altri soldi, divorziare di nuovo, comprare un bar con Sokol. Ha tutto in mente Lorna, ed è precisa, cerca di non sbagliare una mossa, di non lasciare nulla al caso, di non farsi mai cogliere in fallo. Si vede dalla cura con cui, ogni volta, tira fuori e rimette a posto una busta gialla con dentro il denaro del marito Claudy, con cui deposita in banca o sotterra altri soldi. Non è che un ingranaggio Lorna, di un meccanismo molto più grande, calcolatore, spietato.
Ma qualcosa spezza questo flusso (di soldi): l’amore prima e la morte poi, gli unici sentimenti che riescono a spezzare questa catena di denaro, con cui la protagonista del nuovo film dei fratelli Dardenne cerca di comprarsi un futuro diverso da quello di immigrata extra comunitaria e realizzare il suo sogno di integrazione. È attraverso i corpi – quello pieno di lividi che Lorna si è provocata da sola, lo stesso corpo che poi non può fare a meno di stringersi a quello di Claudy – che passano gli affari prima e la redenzione poi. In un mondo che pensa solo ai soldi l’immigrata Lorna sceglie la vita, a costo di inventarla, di uscire fuori dal mondo e ricominciare tutto da capo, dal semplice gesto di accendere un fuoco per non prendere freddo, come nello splendido finale sospeso e asciutto.
Rispetto ai film precedenti, i fratelli Dardenne rinunciano alla 16 mm in favore di una pesante 35mm, che impone al film un tono più fermo, e alle semi soggettive che costringono ad entrare nella pelle del personaggio, per guardarlo, invece, senza interferire, senza la presunzione di giudicare. Niente è prevedibile nel Matrimonio di Lorna (che nell’originale si intitola invece Il silenzio di Lorna, con riferimento al fulcro narrativo del film che tiene in sospeso lo spettatore: Lorna dirà tutto o tacerà dell’infernale meccanismo in cui si è cacciata?). I Dardenne non rinunciano, invece, alla riflessione sulla globalizzazione e l’emarginazione, sull’impossibilità per gli emigrati di conquistare un’identità e una dignità di essere umano al di fuori della burocrazia (e della mafia) dei permessi di soggiorno, della cittadinanza. Una condizione di non appartenenza ad una territorio, piuttosto che ad una società, che ci accomuna tutti, sembrano dire i Dardenne, proprio attraverso il personaggio ugualmente emarginato di Claudy, (Jérémie Rénier, attore feticcio dei fratelli belga), per amore del quale alla fine Lorna spezza il circolo mafioso del denaro e cambia strada (alla sua vita e al film).

[settembre-ottobre 2008]