INTERVISTA A MATHIEU AMALRIC (protagonista di Re e regine di Arnaud Desplechin) a cura di Marina Delvecchio Venezia, 5 settembre 2004 Innanzitutto vorrei farle una domanda sul suo debutto: ho letto che inizialmente ha fatto l'assistente alla regia, l'assistente al montaggio, etc.. Come ha cominciato veramente? Inizialmente voleva fare l'attore o il regista? Il vero inizio è stato con Otar Ioseliani che è un regista georgiano e fa dei film straordinari. Il suo cinema viene paragonato spesso a quello di Tati perché è un po' come un entomologo, non gioca tanto sulla psicologia dei personaggi quanto sulle figure. Per far questo non si serve di veri attori, ma fa recitare degli amici, persone che conosce. Mi conosceva da quando avevo otto anni perché era un grande amico di mio padre. E così a diciassette anni mi chiese di recitare. Io, in realtà, avevo voglia piuttosto di fare quello che faceva lui e cioè il regista: così ho fatto diversi stage e ho realizzato dei cortometraggi. Dunque innanzitutto volevo fare dei film e questa è la mia vita anche ora, la mia vocazione: fare dei film da regista. Finora ho realizzato tre lungometraggi e no ho scritto un altro. Tuttavia un giorno Arnaud ha deciso di assumersi il rischio di farmi recitare in Comment je me suis disputé ma vie e dato che lui è un grandissimo regista, tutti hanno pensato che fossi un grande attore. E questo continua tuttora. Recito solo con le persone che mi piacciono, ma la mia vita è fare film come regista. Dunque è vero che lei dice di "esercitare per impostura" il lavoro di attore Sì. Il mio posto è la regia. Ma "impostura" è una buona definizione. È un luogo di incredibile libertà perché non si ha nulla da rivendicare perciò ci si abbandona totalmente al regista, e questo non è male. Io cerco, soprattutto con Arnaud, di entrare nel suo mondo, nel suo universo. Non cerco mai di riportare il personaggio verso come potrebbe fare un attore. In fondo, la regia e la recitazione fanno riferimento alle stesse cose. E poi mi sento a casa sul palcoscenico: sono a mio agio, conosco il ritmo. Per lei recitare è dunque qualcosa di spontaneo, che fa in modo molto naturale? Con Arnaud non rilavora molto sul naturale. Soprattutto per questo film che è "bigger than life", molto romanzesco. La recitazione era spinta verso la "comédie": ho dovuto danzare, parlare in modo bizzarro, sconclusionato. Il bello era proprio esagerare la recitazione. Ma questo tipo di lavoro lei lo trova spontaneo, cioè le riesce facilmente? No. Con Arnaud si fanno molte riprese. Si recita su dei flussi e poi si cercano cose molto diverse da quelle che racconta il testo, gli si fanno dire cose molto diverse. Ossia: prima lo si recita normalmente, come andrebbe recitato, e poi si comincia a destrutturarlo, a fargli dire il contrario di quello che si potrebbe credere che dica. Ad esempio quella che sembra una scena d'amore si rivela una scena d'odio: la si rifà, in qualche modo, al negativo. Per esempio, la scena in cui Ismael va a trovare suo cugino, il traditore, l'ho recitata inizialmente come se ci fosse dell'odio tra i due e poi l'ho rifatta dicendo le stesse cattiverie, ma col sorriso sulla faccia. Non è normale, ma Arnaud lavora sempre sull'esplosione del clichè. Ok, adesso è chiaro. C'è una mescolanza di generi. Sì, bisogna sempre creare quello che non è normale. E questo crea una confusione che assomiglia alla vita vera, di tutti i giorni, in cui non si sa a cosa si rassomiglia: si vive con la donna che si ama e, allo stesso tempo, la si detesta e questo fa parte dell'amore. Cose così. Per Racine è questo che si dona ai propri figli: tutti i tipi diversi di amore, l'infinitamente tragico e il richiamo al burlesque. C'è stata un'evoluzione nel suo rapporto con Desplechin? No. Sono passati degli anni, tutto qui, siamo invecchiati. Non ci vediamo molto, quasi per niente al di fuori del lavoro e questo non è male perché così si rimane un mistero l'uno per l'altro. Non siamo amici: questo fa sì che quando lavoriamo insieme io mi possa abbandonare completamente al suo mondo. Tra Comment je me suis disputé e questo ultimo film si possono vedere dei cambiamenti, certo. In Re e regine i nomi dei personaggi, ad esempio, sono inverosimili: ma ha a che fare con la tragedia e la commedia come le intendeva Shakespeare, col mito e per questo non si chiama ad esempio "Jeanne e Alice". In Re e regine i personaggi si chiamano Ismael, Nora e Abel. Dunque questi nomi sono più delle categorie romanzesche che dei personaggi e non appartengono alla vita reale. No e allo stesso tempo sì. Perché penso che passando dalla mitologia si arrivi a ciò che ci costituisce quotidianamente. Noi stessi siamo dei miti, quotidiani. Perciò è come in Shakespeare. Sì. Vorrei sapere cosa ricorda della sua esperienza come attore con Olivier Asssayas in Fin Aout, début Septembre. Olivier lavora in modo più equilibrato. Ha piuttosto la tendenza a cercare qualcosa, lavora sulle vibrazioni della vita e cerca di riprodurle. In questo Arnaud è più romanzesco. Olivier cerca piuttosto la violenza come nella vita. Rispetto agli attori posso dire che filma quelli che ama e vuole riprenderli come sono, non li modifica. Arnaud ci modifica, ci modella, mentre Olivier rispetto ai suoi attori è più documentario: ama la loro nuca, ad esempio, il loro sorriso, è questo che ha voglia di filmare. Arnaud, invece, non lavorasi questo genere di cose: il suo non è un cinema di sguardo come quello di Olivier. Sono strani gli sguardi nel cinema di Arnaud: non si è mai così vicini, così faccia a faccia come nel cinema di Assayas. Gli sguardi passano piuttosto attraverso la parola.
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