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INTERVISTA
A NACER KHEMIR "Gli
occhi non possono vedere il cuore"
Diciamo che
sono approdato al cinema come risposta alla non visibilità della
mia cultura: viviamo, infatti, in un secolo di immagini e del mondo arabo-musulmano
non esistono che immagini negative. In effetti io sono anche pittore,
scultore e scrittore, ma tutti questi mestieri si incontrano nel cinema.
Uno dei temi di Bab'aziz mi è sembrato che fosse il cammino della ricerca, che nel film si esplica in modi diversi: la danza dei sufi, il canto, il cammino senza una meta precisa. Vorrei sapere quanto questa sia una rappresentazione letterale che viene dalla tradizione della filosofia sufi e quanto invece sia il tentativo di gettare un ponte tra oriente e occidente. Penso soprattutto a quello che ha detto presentando il film e cioè che "dato che viviamo in tempi assai oscuri, a maggior ragione bisogna valorizzare tutto quello abbiamo di luminoso", in particolare della cultura araba. Il mondo
arabo è caduto esso stesso in una trappola, dato che si trova ad
essere, oggi, uno delle zone più ricche di petrolio del mondo.
E sfortunatamente questo ha fatto sì che tutti se ne vogliano appropriare.
Inoltre con il petrolio è arrivata la dottrina diffusa in Arabia
Saudita che è legata al denaro e che ha creato tutti gli estremisti
del mondo musulmano. L'idea che ha finito per diventare assai diffusa
che l'Islam non possa essere moderno perché è una civiltà
conservatrice, contro la vita e contro il piacere è completamente
falsa. Storicamente, infatti, il piacere è un'etica, un principio
nella cultura musulmana ed è sicuramente più antico che
nella società occidentale, che è sempre stata influenzata
dal divieto cristiano. La ricerca del piacere nel mondo cristiano è
molto recente, ma tutti l'hanno dimenticato. Questo ha fatto sì
che tutto quello che gli occidentali hanno rifiutato di se stessi l'abbiano
attribuito ai musulmani: esiste davvero un pervertimento dello sguardo
per quanto riguarda questa cultura. La cosa peggiore, infatti, non è
tanto che l'occidente non vuole più ascoltare, ma che vuole rivestire
l'altra parte di ciò che più rifiuta. Io non nego che oggi
ci siano molti problemi a diversi livelli, ma è importante capire
che il mondo arabo non è uno e non è tutto uguale. È
un universo molto complesso: ad esempio in Tunisia la donna ha gli stessi
diritti dell'uomo, mentre in Arabia Saudita alle donne è addirittura
proibito guidare. Come "mediterraneo", perché mi sento
innanzitutto mediterraneo, sono scandalizzato come voi della condizione
della donna in Arabia Saudita, l'ho sempre deprecato. È per questo che penso che oltre che interessante il suo film possa essere davvero importante per il dialogo tra le culture: sa se ci sarà una distribuzione italiana? Sfortunatamente coloro che prendono queste decisioni si comportano come dei baroni: è una specie di feudalesimo che non è esplicito ma che esercita il suo potere in occidente accettando o respingendo determinate opere. Da questo punto di vista il mio film è stato rifiutato immediatamente: eppure in apparenza non dice niente di grave. Forse quello che è grave è che non rispecchia ciò che ci si aspetta, che non rientra nello schema dei clichè che si ha l'abitudine di accettare e di promuovere. Questo è già successo al Festival di Venezia, di Cannes e ad altri festival, che erano violentemente contro il film: perché? Il vero problema è che l'occidente non riesce a guardare il mondo arabo, quello africano e tutti gli altri paesi diversi se non attraverso uno sguardo umanitario, mentre ha smesso di pensare che l'altro è un altro, ha bisogno dell'altro solo per essere se stesso e non immagina degli spazi per lui. Questo film è un modo per dire che esiste un altro: non si può immaginare senza guardarlo in faccia. Sembra assurdo ma è così: esiste un fascismo dell'immagine che liquida tutta la visibilità dell'altro o la modella come vuole facendone un clichè soprattutto estremista. Non c'è nessuna amicizia nell'immagine corrente del mondo arabo. Ciò che è veramente singolare e insieme terribile, è che il futuro dei nostri giovani è lo stesso dei giovani occidentali. Si potrebbe dire, allora, che al limite non c'è differenza tra i due mondi. L'occidente prende in ostaggio l'altro per annullarlo, ma allo stesso modo in occidente la gente è presa in ostaggio per essere sottomessa: è la stessa tecnica. Con quale risultato? La degradazione di tutti i valori e la sparizione di tutti gli spazi di intimità, con la conseguente ricerca di libertà all'esterno degli spazi tracciati. In questo modo si massacra il futuro. Mi chiedevo cosa rappresenta nel suo film il personaggio della bambina Ishtar.. La bambina è l'oriente. È anche un po' me nel rapporto con mio nonno. Lei all'inizio non vuole andare con lui, perciò Bab'aziz vorrebbe lasciarla libera. Ma allo stesso tempo non può farlo, così continuano il viaggio insieme: tuttavia lei non capisce il perché lui non abbia una meta precisa. Cosa rappresenta, alla fine, questo nonno stravagante? Bab'aziz è la vita che ti invita a essere quello che sei: anche se non hai scelto di essere occidentale o orientale, musulmano o cristiano, sei stato invitato in un posto piuttosto che in un altro. Perciò Ishtar intraprende il viaggio con suo nonno, ma pur sapendo di avere un'immensa eredità, non sa di preciso cosa essa sia. Alla fine si trova sola, ma senza sapere ciò che è scomparso: un po' come i giovani del mondo arabo musulmano. Sentono una mancanza, un'assenza, una filiazione, ma non sanno né dove andare, né come andarci. C'è un vuoto e dato che è senza risposte, questo vuoto genera della violenza. Ma non in tutti, ovviamente: si tratta davvero di una parte molto ristretta del mondo arabo. Un altro
dei temi del film è la presenza dell'amore e della morte che mi
sembrano complementari e che sono rappresentati attraverso una simbologia
che oppone ad esempio l'acqua alla sabbia, etc. . Mi interessa questo
tema della morte come abbandono del mondo visibile per il mondo invisibile
e quindi, al limite, come corrispondente da un lato della vista e dall'altro
dell'amore stesso. Infatti il principe della storia che racconta Bab'aziz
alla fine diventa cieco, ma impara a vedere con il cuore. Mi interessa
il ruolo della parola nel film, sia scritta che parlata. Mi sembra cha
abbia sempre una funzione salvifica (quando Ishtar si ammala) o che sia
un mezzo d'amore (la lettera che legge Osman). Io amo molto il deserto perché è un po' il luogo della lingua araba: tutta la lingua araba è fatta di parole del deserto perchè è là che è nata. Dunque il deserto per gli arabi non è un luogo ma è la letteratura. Oggi si ha la tendenza a dire che l'uomo non esiste se non inserito nel tessuto sociale, perciò esistono molti film in cui il ruolo della città è preminente, sono quasi film sulla città più che sull'uomo. Invece io penso che l'uomo sia nell'universo. Metterlo nel deserto, perciò, è come collocarlo nell'universo. I film di oggi dicono anche che l'uomo non esiste se non qui e ora, nella sua condizione immediata. Egli, invece, è nel tempo. Ho la sensazione che le persone siano chiuse sempre di più in se stesse: esiste una sorta di nuova prigione moderna che fa che ciascuno non pensi che a se stesso, senza lasciare posto a nient'altro. Così il peso di sé diventa troppo grave, anche perché non si sa come uscire da sé. In questo senso il mio film vuole essere come una rinascita, un modo di far uscire le persone da se stesse, di alleggerirle e di farle viaggiare, in modo che sentano come una pace alla fine, che respirino di nuovo. Ed è un po' questo l'oggetto della mia parabola, se vogliamo parlare di parabola. Ma si tratta soprattutto di un viaggio. Le realtà sono molteplici e complesse, per questo bisogna andare molto più lontano del visibile: un giorno lo farò. Con questo film volevo soprattutto offrire un invito, allo spettatore, a uscire da sé. Anche perché io ho scoperto così il cinema: tra i sedici e i diciott'anni entrare in una sala buia era per me l'occasione di evadere da me stesso, di essere libero, di viaggiare più lontano possibile, di andare a veder il mondo e poi tornare. Per me il cinema è anche questo: è l'occasione di uscire a vedere il mondo e poi tornare. È come se fosse un viaggio dell'anima. Gli altri viaggi sono falsi. Invece il viaggio dell'anima è possibile. Il film si organizza così ed in questo senso è più onesto. Mi chiedevo quale sia il ruolo della poesia oggi in Tunisia perché in Italia sembra quasi sparito: c'è una ricerca linguistica, ma è molto fredda. È la stessa malattia del secolo, abbiamo lo stesso problema, più o meno grave. Si continua nella corsa evolutiva del visibile e si dimentica che le cose essenziali sono molto antiche. Anche la pretesa di poter dominare e quantificare il movimento è un suicidio. È un modo di determinarsi annullando tutto il resto, tutto il viaggio prima e tutto quello dopo. Ma se si lascia la porta aperta a tutto questo e non si è in una logica di performance e di potere, secondo me c'è molto spazio per la poesia. Il sociale e il materiale sono diventati molto presenti e molto pesanti. La gente si sente a disagio a sapere che, con i mezzi che ha a disposizione, ha molti più margini di libertà. Perché questa libertà non è all'esterno di sé e le persone non sanno come trovarla nell'interiorità. Hanno perduto il rapporto col mito, col simbolico e con tutte quelle cose che fanno sì che anche se sei nella miseria più nera non per questo sei meno libero. Viviamo in una società in cui la libertà è talmente condizionata da una certa materialità che certo può essere utile, ma che non è né il fine né la fonte di questa libertà. La fonte è altrove. Ovviamente se si cerca di dominare il mondo non si può lasciare che gli uomini siano liberi, perciò non si può lasciare circolare dei concetti, delle idee che sono fonti di libertà. Una sorta di predeterminazione. Sì,
messa in atto molto bene. Siamo in una società che volendo potrebbe
animare dibattiti, riflessioni, convocare filosofi e poeti ma non lo fa,
è sempre più chiusa. È strano. Nel cinema avviene
la stessa cosa: prima era molto è più ricco, più
ospitale, più aperto. Oggi è tutta una questione di performance.
È per questo che abbiamo pensato al cinema di Sergio Citti. Sfortunatamente non lo conosco. Ma nemmeno in Italia è conosciuto perché il mercato l'ha rifiutato. Il dramma è che il mercato si estende a tutti i livelli, anche nei luoghi marginali. Occupa tutto, non ci sono più margini: non ci sono più luoghi dove si possano fare delle cose o circolare liberamente. È pericoloso. Ma bisogna continuare a battersi contro tutto questo. Quali sono i suoi progetti futuri? Sfortunatamente ho impiegato dieci anni a realizzare questo film perché nessuno voleva produrlo. In futuro spero di poter usare il bianco e nero: vorrei fare dei film completamente attuali, in cui continuare a parlare del rapporto oriente e occidente, ma in modo diverso, come discussione, come riflessione. |
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