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INTERVISTA A NACER KHEMIR
Torino, 17 novembre 2005
a cura di Marina Delvecchio e Michele Nanni

"Gli occhi non possono vedere il cuore"
Lino Brocka


Vorrei sapere innanzitutto come si è accostato al cinema e qual è stata la sua vocazione, se ce n'è stata una, naturalmente. Ho letto che è anche poeta, scultore e pittore e mi piacerebbe sapere in che modo questo influenza da un lato la costruzione del quadro e dall'altro la costruzione della storia.

Diciamo che sono approdato al cinema come risposta alla non visibilità della mia cultura: viviamo, infatti, in un secolo di immagini e del mondo arabo-musulmano non esistono che immagini negative. In effetti io sono anche pittore, scultore e scrittore, ma tutti questi mestieri si incontrano nel cinema.
Se sei un pittore, per forza avrai uno sguardo differente dagli altri sul colore, sul quadro o sul contrasto. Questo, naturalmente, mi influenza anche nel cinema perché i miei film non sono una riproduzione del reale, bensì un'opera di finzione. L'immagine, infatti, è un'opera di finzione: la nostra epoca è alla ricerca del reale come se esso fosse la verità e come se la verità potesse essere visibile. Dunque pone il dilemma del visibile contrapposto all'invisibile. Ma il pittore, ad esempio, anche se dipinge il visibile non lavora sul visibile: è questo che insegna la pittura. La scultura, invece, è innanzitutto la luce: senza luce non c'è scultura, perciò la vita è la luce. Lo schermo nero, dunque non è vita. Vede, dunque, che per me il rapporto non è più lo stesso. La maggior parte dei registi ha una formazione più politica, più sociologica e più fotografica. Ma mentre la fotografia è una constatazione dell'istante, la pittura è sì un istante, ma tutti gli istanti messi insieme. La pittura nasce dalla volontà di fermare il tempo, mentre la fotografia non ha questo scopo, anche se di fatto essa ferma il tempo. Vedete, sono due modi di procedere differenti.
Per quanto riguarda la sceneggiatura bisogna premettere che la sceneggiatura cinematografica è, dal punto di vista della scrittura, spesso semplicistica: raramente è complessa, è una specie di "bianco e nero". Dato che la poesia è un modo di tradurre l'intraducibile, nella sceneggiatura essa consente di andare in più là. Non bisogna dimenticare, infatti, che non è che una lingua e che, come tale, possiede le sue proprietà e il suo corpo fisico con le sue leggi, che permettono ad esempio, di usare delle scorciatoie, ossia delle ellissi narrative.
Tutte queste cose, di solito, si dimenticano. Si pensa che dato che si utilizza una macchina da presa, essa farà emergere la verità e invece no! Non fa mai emergere la verità.

Uno dei temi di Bab'aziz mi è sembrato che fosse il cammino della ricerca, che nel film si esplica in modi diversi: la danza dei sufi, il canto, il cammino senza una meta precisa. Vorrei sapere quanto questa sia una rappresentazione letterale che viene dalla tradizione della filosofia sufi e quanto invece sia il tentativo di gettare un ponte tra oriente e occidente. Penso soprattutto a quello che ha detto presentando il film e cioè che "dato che viviamo in tempi assai oscuri, a maggior ragione bisogna valorizzare tutto quello abbiamo di luminoso", in particolare della cultura araba.

Il mondo arabo è caduto esso stesso in una trappola, dato che si trova ad essere, oggi, uno delle zone più ricche di petrolio del mondo. E sfortunatamente questo ha fatto sì che tutti se ne vogliano appropriare. Inoltre con il petrolio è arrivata la dottrina diffusa in Arabia Saudita che è legata al denaro e che ha creato tutti gli estremisti del mondo musulmano. L'idea che ha finito per diventare assai diffusa che l'Islam non possa essere moderno perché è una civiltà conservatrice, contro la vita e contro il piacere è completamente falsa. Storicamente, infatti, il piacere è un'etica, un principio nella cultura musulmana ed è sicuramente più antico che nella società occidentale, che è sempre stata influenzata dal divieto cristiano. La ricerca del piacere nel mondo cristiano è molto recente, ma tutti l'hanno dimenticato. Questo ha fatto sì che tutto quello che gli occidentali hanno rifiutato di se stessi l'abbiano attribuito ai musulmani: esiste davvero un pervertimento dello sguardo per quanto riguarda questa cultura. La cosa peggiore, infatti, non è tanto che l'occidente non vuole più ascoltare, ma che vuole rivestire l'altra parte di ciò che più rifiuta. Io non nego che oggi ci siano molti problemi a diversi livelli, ma è importante capire che il mondo arabo non è uno e non è tutto uguale. È un universo molto complesso: ad esempio in Tunisia la donna ha gli stessi diritti dell'uomo, mentre in Arabia Saudita alle donne è addirittura proibito guidare. Come "mediterraneo", perché mi sento innanzitutto mediterraneo, sono scandalizzato come voi della condizione della donna in Arabia Saudita, l'ho sempre deprecato.
Ho fatto un film come Bab'aziz proprio per rifiutare questo modo di pensare: un film di pace, in cui mostro quello che non viene mostrato di solito, un altro mondo.
I nostri mistici, ad esempio, non vivono nel martirio, ma nel piacere dell'incontro, della ricerca, nella poesia e nell'assenza del giudizio. I grandi sufi non giudicano mai: ascoltano, guardano, osservano. Non sono né un curato, né un imam, né un mullah.
Anche il concetto di ospitalità nel mondo arabo è molto antico ed è differente da come si crede che sia. Non è semplicemente dare da mangiare a qualcuno, è l'arte di ascoltare.
Non mi spiego perchè una cultura come quella araba, che è stata costruita proprio sull'ascolto, non voglia più ascoltare e si chiuda a causa di una menzogna che da troppo tempo esiste tra oriente e occidente.

È per questo che penso che oltre che interessante il suo film possa essere davvero importante per il dialogo tra le culture: sa se ci sarà una distribuzione italiana?

Sfortunatamente coloro che prendono queste decisioni si comportano come dei baroni: è una specie di feudalesimo che non è esplicito ma che esercita il suo potere in occidente accettando o respingendo determinate opere. Da questo punto di vista il mio film è stato rifiutato immediatamente: eppure in apparenza non dice niente di grave. Forse quello che è grave è che non rispecchia ciò che ci si aspetta, che non rientra nello schema dei clichè che si ha l'abitudine di accettare e di promuovere. Questo è già successo al Festival di Venezia, di Cannes e ad altri festival, che erano violentemente contro il film: perché? Il vero problema è che l'occidente non riesce a guardare il mondo arabo, quello africano e tutti gli altri paesi diversi se non attraverso uno sguardo umanitario, mentre ha smesso di pensare che l'altro è un altro, ha bisogno dell'altro solo per essere se stesso e non immagina degli spazi per lui. Questo film è un modo per dire che esiste un altro: non si può immaginare senza guardarlo in faccia. Sembra assurdo ma è così: esiste un fascismo dell'immagine che liquida tutta la visibilità dell'altro o la modella come vuole facendone un clichè soprattutto estremista. Non c'è nessuna amicizia nell'immagine corrente del mondo arabo. Ciò che è veramente singolare e insieme terribile, è che il futuro dei nostri giovani è lo stesso dei giovani occidentali. Si potrebbe dire, allora, che al limite non c'è differenza tra i due mondi. L'occidente prende in ostaggio l'altro per annullarlo, ma allo stesso modo in occidente la gente è presa in ostaggio per essere sottomessa: è la stessa tecnica. Con quale risultato? La degradazione di tutti i valori e la sparizione di tutti gli spazi di intimità, con la conseguente ricerca di libertà all'esterno degli spazi tracciati. In questo modo si massacra il futuro.

Mi chiedevo cosa rappresenta nel suo film il personaggio della bambina Ishtar..

La bambina è l'oriente. È anche un po' me nel rapporto con mio nonno. Lei all'inizio non vuole andare con lui, perciò Bab'aziz vorrebbe lasciarla libera. Ma allo stesso tempo non può farlo, così continuano il viaggio insieme: tuttavia lei non capisce il perché lui non abbia una meta precisa. Cosa rappresenta, alla fine, questo nonno stravagante? Bab'aziz è la vita che ti invita a essere quello che sei: anche se non hai scelto di essere occidentale o orientale, musulmano o cristiano, sei stato invitato in un posto piuttosto che in un altro. Perciò Ishtar intraprende il viaggio con suo nonno, ma pur sapendo di avere un'immensa eredità, non sa di preciso cosa essa sia. Alla fine si trova sola, ma senza sapere ciò che è scomparso: un po' come i giovani del mondo arabo musulmano. Sentono una mancanza, un'assenza, una filiazione, ma non sanno né dove andare, né come andarci. C'è un vuoto e dato che è senza risposte, questo vuoto genera della violenza. Ma non in tutti, ovviamente: si tratta davvero di una parte molto ristretta del mondo arabo.

Un altro dei temi del film è la presenza dell'amore e della morte che mi sembrano complementari e che sono rappresentati attraverso una simbologia che oppone ad esempio l'acqua alla sabbia, etc. . Mi interessa questo tema della morte come abbandono del mondo visibile per il mondo invisibile e quindi, al limite, come corrispondente da un lato della vista e dall'altro dell'amore stesso. Infatti il principe della storia che racconta Bab'aziz alla fine diventa cieco, ma impara a vedere con il cuore.

È dall'antica Grecia che esiste una corrispondenza tra l'amore e la morte. È un tema che costituisce l'essenza dell'umano: sono l'amore e la morte, infatti, che fanno l'umano. È un tema che i mistici Sufi approfondiscono considerandoli entrambi una cosa sola. Per certi versi si può considerare l'amore come l'attesa dell'incontro col divino, che fa sì che la morte non sia che un punto d'incontro. Bab'aziz definisce la morte come "la notte delle sue nozze": non è, cioè, la notte della fine, ma del principio.
Quello che mi interessa soprattutto è come la mistica e il sufismo vedono che nel tutto c'è una vita e una rinascita, che non esiste la fine. E dunque che noi non siamo dei segmenti del tempo, come il mondo moderno vuole fare di noi, ma un punto nel tempo, che continua. Ecco la differenza: è chiaro che nella nostra esistenza c'è una continuità, una metamorfosi e che noi siamo uno dei punti che continueranno. L'uomo, perciò, non è riducibile alla sua apparenza, alla sua situazione materiale o fisica. È più grande di questo. Egli viaggia: viene da lontano e va ancora più lontano. Questo non si può commercializzare, non si può quantificare. Oggi invece si accetta che l'uomo sia ridotto a uno stato materializzato, fermo, combinato. È un modo di farne una merce: ma l'uomo non è una merce.

Mi interessa il ruolo della parola nel film, sia scritta che parlata. Mi sembra cha abbia sempre una funzione salvifica (quando Ishtar si ammala) o che sia un mezzo d'amore (la lettera che legge Osman).
Vorrei sapere se questa funzione taumaturgica della parola – e quindi del raccontare, del trasmettere e del comunicare – può essere intesa al limite come una delle motivazioni che sono alla base del suo fare cinema, in quanto nei suoi film è preminente la funzione del tramandare la tradizione.


Per me l'amore è più una parola. Non voglio ridurre l'atto d'amore, ma mentre si può parlare d'amore per la durata di una vita, nessun atto d'amore dura tanto. Dunque l'amore trova il suo eco più violento, più lontano, più profondo nella parola, perché essa è vivificante.
Nella parola d'amore, inoltre, c'è una sublimazione che va al di là dei limiti del materiale. Penso che l'amore senza parola non possa mai fiorire. Direi quasi che la parola d'amore è come il fiore sull'albero ed è essenziale. D'altronde nella lingua araba ci sono sessanta parole diverse per dire "innamorato", per parlare del sentimento amoroso: non ci sono altrettante parole per dire "morto" presso di noi. Ed è un po' questo che cerco di ricordare tramandando la tradizione di una civiltà. Nella cultura araba ci sono molti racconti sulla parola: la parola come promessa, come amicizia, come attitudine e soprattutto la parola d'amore. C'è una tematica amorosa antica, l'amore cortese, che è arrivato in occidente attraverso l'Andalusia ma che all'inizio era essenzialmente arabo. E tutto questo ha tessuto la trama della nostra civiltà per secoli, basta pensare a Le Mille e una notte.

Nel vedere il film abbiamo pensato al modo di raccontare di un regista italiano scomparso di recente che si chiama Sergio Citti. Volevamo sapere il perché di questo modo di raccontare attraverso una favola allegorica, che sembra tentare di recuperare da un alto la religiosità e dall'altro un mondo primitivo inteso come delle origini, arcaico.

Io amo molto il deserto perché è un po' il luogo della lingua araba: tutta la lingua araba è fatta di parole del deserto perchè è là che è nata. Dunque il deserto per gli arabi non è un luogo ma è la letteratura. Oggi si ha la tendenza a dire che l'uomo non esiste se non inserito nel tessuto sociale, perciò esistono molti film in cui il ruolo della città è preminente, sono quasi film sulla città più che sull'uomo. Invece io penso che l'uomo sia nell'universo. Metterlo nel deserto, perciò, è come collocarlo nell'universo. I film di oggi dicono anche che l'uomo non esiste se non qui e ora, nella sua condizione immediata. Egli, invece, è nel tempo. Ho la sensazione che le persone siano chiuse sempre di più in se stesse: esiste una sorta di nuova prigione moderna che fa che ciascuno non pensi che a se stesso, senza lasciare posto a nient'altro. Così il peso di sé diventa troppo grave, anche perché non si sa come uscire da sé. In questo senso il mio film vuole essere come una rinascita, un modo di far uscire le persone da se stesse, di alleggerirle e di farle viaggiare, in modo che sentano come una pace alla fine, che respirino di nuovo. Ed è un po' questo l'oggetto della mia parabola, se vogliamo parlare di parabola. Ma si tratta soprattutto di un viaggio. Le realtà sono molteplici e complesse, per questo bisogna andare molto più lontano del visibile: un giorno lo farò. Con questo film volevo soprattutto offrire un invito, allo spettatore, a uscire da sé. Anche perché io ho scoperto così il cinema: tra i sedici e i diciott'anni entrare in una sala buia era per me l'occasione di evadere da me stesso, di essere libero, di viaggiare più lontano possibile, di andare a veder il mondo e poi tornare. Per me il cinema è anche questo: è l'occasione di uscire a vedere il mondo e poi tornare. È come se fosse un viaggio dell'anima. Gli altri viaggi sono falsi. Invece il viaggio dell'anima è possibile. Il film si organizza così ed in questo senso è più onesto.

Mi chiedevo quale sia il ruolo della poesia oggi in Tunisia perché in Italia sembra quasi sparito: c'è una ricerca linguistica, ma è molto fredda.

È la stessa malattia del secolo, abbiamo lo stesso problema, più o meno grave. Si continua nella corsa evolutiva del visibile e si dimentica che le cose essenziali sono molto antiche. Anche la pretesa di poter dominare e quantificare il movimento è un suicidio. È un modo di determinarsi annullando tutto il resto, tutto il viaggio prima e tutto quello dopo. Ma se si lascia la porta aperta a tutto questo e non si è in una logica di performance e di potere, secondo me c'è molto spazio per la poesia. Il sociale e il materiale sono diventati molto presenti e molto pesanti. La gente si sente a disagio a sapere che, con i mezzi che ha a disposizione, ha molti più margini di libertà. Perché questa libertà non è all'esterno di sé e le persone non sanno come trovarla nell'interiorità. Hanno perduto il rapporto col mito, col simbolico e con tutte quelle cose che fanno sì che anche se sei nella miseria più nera non per questo sei meno libero. Viviamo in una società in cui la libertà è talmente condizionata da una certa materialità che certo può essere utile, ma che non è né il fine né la fonte di questa libertà. La fonte è altrove. Ovviamente se si cerca di dominare il mondo non si può lasciare che gli uomini siano liberi, perciò non si può lasciare circolare dei concetti, delle idee che sono fonti di libertà.

Una sorta di predeterminazione.

Sì, messa in atto molto bene. Siamo in una società che volendo potrebbe animare dibattiti, riflessioni, convocare filosofi e poeti ma non lo fa, è sempre più chiusa. È strano. Nel cinema avviene la stessa cosa: prima era molto è più ricco, più ospitale, più aperto. Oggi è tutta una questione di performance.
E poi vi è una confusione tra cinema e media: ormai si parla sempre di media e non di cinema e si realizza qualsiasi cosa di delirante dicendo che è cinema, ma non è così. Perché la forma è importante. Perché non si può istituire un disordine mentale, affettivo, sociologico come se fosse una creatività, è falso. E non si può instaurare una sorta di snobismo, elitario, ombelicale, di un gruppo ristretto e sterile come se fosse un'avanguardia. È una vera malattia, è mortifero: guardando quei film senti la morte. Mentre io vorrei sentire la vita, nella poesia come nel cinema.

È per questo che abbiamo pensato al cinema di Sergio Citti.

Sfortunatamente non lo conosco.

Ma nemmeno in Italia è conosciuto perché il mercato l'ha rifiutato.

Il dramma è che il mercato si estende a tutti i livelli, anche nei luoghi marginali. Occupa tutto, non ci sono più margini: non ci sono più luoghi dove si possano fare delle cose o circolare liberamente. È pericoloso. Ma bisogna continuare a battersi contro tutto questo.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Sfortunatamente ho impiegato dieci anni a realizzare questo film perché nessuno voleva produrlo. In futuro spero di poter usare il bianco e nero: vorrei fare dei film completamente attuali, in cui continuare a parlare del rapporto oriente e occidente, ma in modo diverso, come discussione, come riflessione.