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LA PECORA NERA

di Marina Delvecchi

Ascanio Celestini esordisce al cinema con la bella trasposizione cinematografica di un suo spettacolo teatrale. Non un film – né uno spettacolo - come lui stesso ha spiegato, di denuncia. Piuttosto un racconto, in forma di poesia, su una condizione esistenziale degli uomini e forse anche di tutto il nostro Paese.
Siamo in un manicomio, un luogo di reclusione e di repressione al di là di ogni metafora. La voce di Celestini ci accompagna, come fa anche a teatro, attraverso una narrazione le cui coordinate all’inizio sono ancora da dipanarsi, ma di cui percepiamo il senso di disagio. Ci sono barriere, porte e cancelli, ma sembrano superabili, anche se i luoghi sono angusti e spogli e i matti hanno lo sguardo perso nel vuoto, privo di speranza.
Celestini ci racconta all’inizio la storia di due uomini, Ascanio e Nicola: tutte e due convivono nel manicomio a stretto contatto, ma mentre uno ci vive, l’altro ci lavora solamente. L’uno è pacato, responsabile, quasi introverso, l’altro esuberante, schietto. L’uno è serio, l’altro infantile. Ascanio si prende cura di Nicola, lo mette a letto, gli dà la sua medicina alla sera, lo aiuta a fare la spesa insieme alla suora che gestisce il sanatorio.
Poi i ricordi di Ascanio ci riportano all’Italia dei “favolosi anni ‘60”, quando viveva con la nonna in una baracca mentre la madre era ricoverata in manicomio. È una storia dolce e tragica la sua: innamorato della compagna di scuola Marinella e deriso dai compagni e dalla maestra, vittima dei soprusi del padre e dei fratelli più grandi fino alla fatalità che lo vede testimone dell’omicidio di una prostituta da parte dei fratelli. Non bastano i favolosi anni ’60 a salvarlo: l’Italia vive ancora in uno stato primitivo e arcaico, che non esita a sacrificare i più deboli e il piccolo Ascanio viene rinchiuso in manicomio. È allora che scopriamo che Ascanio è Nicola e che quei cancelli – quelli veri e quelli nella testa delle persone - non li può valicare mai, neanche se vuole, neanche se si innamora e trova il coraggio dentro di sé. Perché è stato messo ai margini con il consenso dei più, che relegano la sensibilità a diversità da ridurre o eliminare, perché l’empatia, la differenza, persino l’arte sono spesso in questo paese un neo da estirpare, una voce da mettere a tacere.
È questo forse che Celestini vuole dirci con il suo linguaggio che ricorda a volte i film di Citti. Non solo sugli uomini, ma anche sul nostro Paese.

[settembre 2010]