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LA PECORA NERA

di Francesco Azzini

Un matto entra in un bar e chiede al giovane barista:
"Ce l'ha il caffè freddo?"
"Sì" risponde il barista.
"Allora me ne riscalda una tazza per favore?".

Oggi pomeriggio mi trovo in Piazza Dalmazia, Firenze. Ho voglia di andare al cinema. Sono le 17:00. Guardo tra i rovi alti delle aiuole della Piazza e scorgo una scritta. "Cinema Flora".
Era un bel cinema "andiamo!" dico alla mia compagna di viaggio, Vivian.
Sta partendo il film di un teatrante romano di nome Ascanio. "5 e 50!" fa il cassiere.
Riconosco la maschera che mi strappa il biglietto. Mi sorride con gli occhi, io contraccambio, è tanto tempo che non ci vediamo qui al Flora. Mentre scorrono le pubblicità sulle anteprime mi torna alla mente la presentazione di un film che vidi in questa sala: "La seconda volta" di Mimmo Calopresti alla presenza del regista Nanni Moretti. Tredici anni fa ero proprio qui in mezzo alla sala, potevo distendere le gambe perché di fronte avevo il corridoio che interrompe a metà precisa la lunghezza della sala.
Piccolo controllo rapido con gli occhi e conto dieci spettatori, tutti anziani tranne una coppia alla mia destra, lontana di due posti. Buio in sala, parte la pellicola. La voce di Ascanio Celestini, interprete e regista di questo film irrompe grave e monotona come voce fuori campo e voce sicuramente fuori dal coro. E racconta la storia di un bambino Nicola che poi è divenuto adolescente il quale poi è cresciuto diventando adulto. Purtroppo è cresciuto a contatto con un edificio chiamato manicomio, perché la madre era stata rinchiusa là dentro. Il bambino impara a convivere con le malattie mentali di tante persone che sono trattate come animali. Nicola, quindi, diventa matto pure lui. Nicola parla con un altro Nicola a cui piacciono le donne di tutte le razze e religioni. Vanno insieme al supermercato mentre la suora che detiene i lacci della borsa, del portafoglio per pagare la spesa continua a scoreggiare . Nicola conta le puzze che la madre superiora fa per tutto il tragitto che separa il manicomio con i suoi tre cancelli al primo supermercato altro luogo di detenzione dove le persone vanno, però, volentieri a rinchiudersi temporaneamente.

Il film inizia con una barzelletta, quella dei matti che scavalcano i 100 cancelli ed arrivano all'ultimo tornandosene indietro. Perché? Perché sono matti ed hanno paura di che cosa c'è dietro ai cancelli.

“Adesso la suora ci porta ‘na bella pera cotta e poi passano con la terapia. Ci danno la pasticca marziana che ci fa stare bene. Con la pasticca ci passa tutta la paura e ci addormentiamo. Aspetta domani mattina. Non andare via adesso che è buio. Non te lo ricordi che il buio fa paura, e si può morire per la paura del buio?
Nicola mi dice che “certo che me lo ricordo. Ma so trentacinque anni che prendo le pasticche marziane per curarmi questa paura. E dopo tutto ‘sto tempo la paura mi ritorna sempre, tutte le sere. Io mi curo e resto sempre malato.
Ma adesso ho capito perché non riesco a guarire. Perché la paura non è mica una malattia.”

"La paura fa novanta" dice la nonna quando giochiamo a tombola il primo giorno dell'anno. Non è necessario essere matti per aver paura. Tutti noi abbiamo paura di qualcosa o di qualcuno nel corso delle nostre povere esistenze. C'è chi ha paura di viaggiare e c'è chi ha paura dello straniero. I matti hanno paura delle persone normali, dello psichiatra che li cura. Come li cura? Verrebbe da domandarsi.
Nel buio della sala si sente una voce vecchia di donna che sta raccontando il film al vecchio signore che le è seduto accanto "Pancotti Maurizio è il più deficiente di tutti..." urla la donna al suo uomo vecchio.
"Shhhhhhhh!!!" fa una spettatrice dietro le mie spalle. "Se volete parlare andate fuori!" ribadisce in direzione della coppia anziana.
"Il manicomio, il supermercato, la chiesa ed il regno dei cieli sono tutti un' azienda" ripete Nicola ogni tanto alla propria coscienza.
E sembra davvero un bel matto Celestini quando parla con l'attrice Maya Sansa all'interno del supermarket. La bravissima e bellissima Maya quando era piccola era il sogno del bambino Nicola. Erano bambini che si facevano promesse da adulti. Adesso fanno parte tutti e due della stessa azienda. Lei fa promozione ad un marca di caffè dentro un centro commerciale e lui fa promozione al manicomio all'interno, appunto, di un supermercato. Che maraviglia osservare la mimica di Ascanio mentre si prova degli occhiali da sole davanti alle casse. Sempre gli stessi rituali accadono, perché sappiamo che i matti hanno anche loro degli orari precisi dove fanno accadere delle cose, dei piccoli gesti.
La vecchia poco distante da me continua a raccontare il film al suo uomo che oramai è diventato di tutti gli spettatori presenti. Non gli deve piacere il film se questo signore continua a ripetere che è un film drammatico, non è un film comico.
Di sicuro è un film poetico che ci fa capire come è stato molto facile per tantissimi uomini e donne finire rinchiusi nei manicomi.
Lo zio del mi' babbo era di San Salvi, il povero Renatino. Una mattina del 1934 si era svegliato ed aveva picchiato senza motivo la sorella ventenne. Via in manicomio. E ci è rimasto fino al 1989 quando è morto nella sua stanzetta piena di sigarette ed anelli d'oro improponibili.
La mia mente mi riporta la visione del signor Vannini che entrò in manicomio per via della separazione con la moglie. Faceva l'agente immobiliare ed era laureato in filosofia. Due anni fa quando l'ho conosciuto voleva fare un film. Fui chiamato a scrivere con lui la sceneggiatura. Il signor Franco Vannini sognava di scappare da una scuola coercitiva di pittura con tutti i suoi colleghi a bordo di uno splendido dirigibile. Peccato che il filosofo Vannini sia morto prima della realizzazione del progetto filmico che sarebbe stato veramente una storia memorabile.
"Se metti tutto a posto poi trovi tutto" continua a dire la voce di Ascanio Celestini al pubblico in sala.
"se metti tutto a posto si trova tutto...sono al supermercato ed è la terza volta che si dice questa frase..." racconta la voce di donna anziana al proprio vecchio.
Oramai gli spettatori non ci fanno più caso a questi due disturbatori e non accennano più a proteste verbali.
Forse, invece, siamo proprio noi i matti che ci chiudiamo le nostre porte blindate a doppia mandata delle nostre case ogni santo giorno. Ci chiudiamo dentro nella stessa dimora per 50 anni e vediamo la libertà solo pochi minuti al giorno, fuori dall'orario di lavoro, magari quando andiamo al barre per sorseggiare un caffè scecherato.
La signora vecchia che ha parlato per tutto il film si alza e grida al suo vecchio che va in bagno a fare la pipì. Il vecchio annuisce.
Finisce il film scorrono i titoli di coda. Mi viene un tuffo al cuore. Sono molto emozionato, batto le mani. Con me si aggrega una signora anziana che ha posteggiato il suo corpo una fila avanti.
Mi accorgo adesso, con la luce, che è stata accesa subito all'inizio dello scorrere dei titoli che la poltrona accanto alla mia è completamente sfasciata. Non me ne frega niente.
Torna la vecchia che il film è finito, sembra non accorgersene. Il vecchio urla anche lui che andrà in bagno. Capisco ora che e' sordo, poverino.
Ho capito che questo cinema è di vitale importanza per la vita del cinema in generale. Sia la coppia rumorosa e disturbante che gli altri anziani presenti in sala non sarebbero qui a vedere il film di Celestini se questa sala, il Flora, non ci fosse più. Per loro è la sala cinematografica di quartiere.
Non andrebbero mai a vedere un qualsiasi film nei famosi multiplex stracolmi di schermi e patatine, fuori dalla città.
Il Flora è la loro sala per vicinanza “e nessuno abbandona mai il sapore del caffè mattutino servito sotto casa”.

[ottobre 2010]