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DOPO IL MATRIMONIO

di Diego Borgazzi

Due imperi agli antipodi; uno saturo di colori ma obnubilato dalla povertà, l’altro monocromatico, eccessivo, elegantissimo. India e Danimarca sono i due poli geografico-esistenziali - intelligentemente mai messi a confronto in maniera palese né dalla sceneggiatura né dalla regia - attraverso i quali la narrazione di Dopo il matrimonio inizia, si dipana e conclude. La sola e più significante cifra che li unisce è e rimane, a ben vedere, la profonda mancanza di una giusta misura, di un equo assetto umano e topografico che li caratterizzi. Da una parte il progetto umanitario ad opera dell’idealista Jacob, ex alcolista rifugiatosi in India all’età di vent’anni; dall’altra la sontuosa magione sita in Copenaghen presieduta dalla famiglia milionaria di Jorgen. Inevitabilmente, durante la pellicola, i due universi verranno incontrandosi. Diversamente, però, da quanto banalmente sarebbe potuto accadere, gli opposti qui non si attraggono, anzi, collidono in modo tanto anomalo quanto inaspettatamente pacifico. Come detto poco sopra, il fulcro nodale del terzo film di Susanne Bier non è una - seppur lecita in potenza - contrapposizione di vedute umanist(ich)e tra il sistema indiano e quello danese e/o tra una paternità geneticamente coincidente al vero ed una fittizia e a posteriori, bensì un’ulteriore e nuova, decisa incursione all’interno dell’animo umano inteso, osservato ed indagato nella sua specifica genericità di materia e liquidi, carne e sangue, gioia e dolore. Per la cineasta si tratta, piuttosto, di registrare le implicite dinamiche famigliari che maturano in seno ad una tragedia. Così, dunque, non è il matrimonio ad essere l’elemento cardine del racconto ma più propriamente il dopo. Sono le conseguenze stesse (siano esse, appunto, relative ad una cerimonia gioiosa oppure ad un tragico avvenimento - un incidente stradale e/o la guerra in Afghanistan - come accaduto nei precedenti film) a diventare direttamente il materiale con il quale ordire il tessuto filmico. Densamente percepibile nel suo intimo mostrarsi sulle superfici (somatiche ed orbicolari), Dopo il matrimonio viene a porsi come il capitolo finale di quella che potrebbe considerarsi un’ideale trilogia composta dai precedenti Open Heart e Non desiderare la donna d’altri. La Bier, da intelligente e consenziente decisionista del quotidiano, non procede per contrapposizione; i personaggi, sovente costretti ad un’eterogenea, articolata e complessa interscambiabilità dei ruoli (padri-figli/mariti-mogli) vengono, amalgamandosi, a costituire un espanso nucleo famigliare chiamato ad unirsi nella condivisione del dolore (magnificamente consegnato allo spettatore dalle gesta disperate del titanico Jorgen/Rolf Lassgard nel pre-finale del film). Come già accaduto nelle due tappe registiche che hanno preceduto Dopo il matrimonio, anche qui si instaura, durante l’intera durata della pellicola, un’interessante equivalenza all’interno della quale amare (anche, ma non solo e semplicemente dal punto di vista biologico) significa in qualche modo soffrire. Calarsi nelle recondità dell’amore (quello di un genitore per un figlio, quello di una moglie per un marito) è “l’idoneo” contrappasso per accedere alle segrete del dolore più radicale (l’abbandono, la morte). Lasciare forzosamente la vita testimonia di una volontà (espressa o non) e una necessità più vasta, quella di donare, donarsi, gioire e soffrire, banchettare...danzare, Essere.

[gennaio 2007]

Regia: Susanne Bier; Sceneggiatura: Anders Thomas Jensen; Fotografia: Morten Soborg; Montaggio: Pernille Bech Christensen, Morten Hojbjerg; Musiche: Johan Soderqvist; Interpreti: Mads Mikkelsen, Rolf Lassgard, Sidse Babett Knudsen, Stine Fischer Christensen; Produzione: Zentropa Productions; Origine: Danimarca, 2006; Durata: 112’