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ANCHE I RICCHI (E FAMOSI!) PIANGONO

BABEL
(Id.,)

di Diego Borgazzi

Nel deserto marocchino due adolescenti, Yussef e Ahmed, testano le prestazioni balistiche di un fucile che il padre ha dato loro al fine di tenere lontani gli sciacalli dalle capre. Il proiettile sparato arriva, però, molto più lontano di quanto i due giovani si sarebbero aspettati. Una donna americana in viaggio con il marito, entrambi a bordo di un autobus, diventa l'accidentale bersaglio del medesimo colpo d'arma da fuoco. Nel frattempo, a San Diego, i figli della stessa coppia sono affidati ad una tata messicana che li conduce imprudentemente oltre il confine messicano per assistere al matrimonio del figlio. A Tokyo la figlia sordomuta di un business man giapponese, intanto, vive il proprio personalissimo e tragico disagio in una metropoli straniante e caotica. Partendo dunque dal plot ad incastro di Babel occorre dire fin da subito che un'eventuale approccio critico di segno policentrico verso lo stile e la poetica di Alejandro Gonzales Inarritu sarebbe certamente più che verosimile ma, parimenti ed altrettanto scontato. Già lo stesso autore aveva dimostrato, nella realizzazione dei suoi precedenti lavori ( Amores perros e 21 grammi ) di porre l'attenzione sull'acronologismo e la non linearità del racconto come termine primo del discorso cinematografico e cardine intorno al quale dipanare la medesima narrazione. Forse eccessivo e consenziente teorico del caos, demiurgo di un tragico e doloroso sentire babelico, il cineasta messicano mette in scena l'esistenza di individui distanti migliaia di chilometri i cui destini si incrociano dando vita ad un disperato affresco umano e global(izzant)e. Presa coscienza di quella metodologia che, se da una parte potrebbe testimoniare di una marca stilistico-autoriale, dall'altra passibile invece di “alibi programmatico”, l'elemento più interessante che affiora dalla visione di Babel è, di contro, la capacità dell'autore di porre i corpi dei suoi protagonisti (soprattutto quelli da copertina) all'interno di un universo di dolore che non concede loro scampo alcuno. E' proprio in questo frangente che il film di Inarritu dimostra la sua principale ragione d'essere ed esistere. Seguire la macchina da presa che aggredisce i personaggi in campo, osserva da vicino e sonda nel profondo i malesseri (non solo fisici ed esteriori) degli esseri umani chiamati a vivere da vicino le vicende, diventa un'esperienza tutt'altro che trascurabile. Brad - Richard - Pitt è l'insolito garante di questo sentimento: assistere alla telefonata che l'uomo intrattiene con il figlio all'altro capo del continente è e rimane un'esperienza spettatoriale ed attoriale di spessore così come lo è la performance della moglie ferita Cate Banchett nel momento in cui deve minzionare all'interno della decadente e sudicia baracca nel villaggio sperduto del Marocco. I corpi in preda al dolore e le anime che si dibattono in nome di una maggiore comunicabilità (bella da questo stesso punto di vista l'introduzione della lingua dei segni ad opera della giovane e complessa adolescente giapponese, o ancora la disperata erranza nel deserto da parte della performer Adriana Barraza) fanno di Babel - nonostante le imprescindibili ed inevitabili riserve di cui la pellicola è passibile - un fremente trattato sulla condizione umana tutta. Il film, meno stilisticamente aggressivo e gratuito dei precedenti, si pone come capitolo finale della “trilogia del caso”, opera/crucis di corpi glorificati e martoriati allo stesso tempo, puzzle dolorifico nel quale i tasselli comunicano e interagiscono sempre e comunque (questo forse il difetto maggiore e più evidente del film oltre ad una, a tratti imbarazzante traduzione “lagunare”) fino a creare la mappatura di un sentimento comune: la precarietà di un rapporto e/o la labilità di un quoziente vitalistico che in ogni istante può disgregarsi e disgregare.

Regia : Alejandro Gonzales Inarritu; Sceneggiatura : Guillermo Arriaga; Fotografia : Rodrigo Prieto; Montaggio : Stephen Mirrione, Duoglas Crise; Musiche : Gustavo Santaolalla; Scenografia : Brigitte Broch; Interpreti : Brad Pitt (Richard), Cate Blanchett (Susan), Gael Garcia Bernal (Santiago), Koij Yakusho (Yasujiro), Rinko Kikuchi (Chieko), Adriana Barraza (Amelia), Boubker Ait El Caid (Yussef), Said Tarchani (Ahmed), Nathan Gamble (Mike); Distribuzione : 01; Origine : Messico/Usa, 2006; Durata : 135