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AI CONFINI DEL VIVERE...LUNGO I BORDI DELL’ANIMA

BOMBON – EL PERRO
(Id.,)

Regia : Carlos Sorin; Soggetto : Carlos Sorin; Sceneggiatura : Santiago Calori, Salvador Roselli, Carlos Sorin; Fotografia : Hugo Colace; Musiche : Nicolas Sorin; Montaggio : Mohamed Rajid; Scenografia : Margarita Jusid; Costumi : Ruth Fischerman; Interpreti : Juan Villegas (Juan “Coco” Villegas), Walter Donado (Walter), Leda Cacho (la moglie di Walter), Micol Estevez (Gracielita, figlia di Walter), Carlos Rossi (dirigente di banca), Mariela Diaz (Figlia di Coco), Lalo Salcedo (agente di polizia), Angela Azzi (danzatrice del ventre); Produzione : Guacamole Films, Ok Films, Wanda Vision S.A., Chemo-Romikin S.A; Distribuzione : Mikado; Origine : Argentina/Spagna, 2004; Durata : 96'.

Nel 1989 Carlos Sorin metteva in scena l'imprescindibile fuga dalla metropoli (New York) da parte di un medico dentista, l'omonimo Fergus O'Connell (interpretato da Daniel Day Lewis), determinato ad esercitare il proprio mestiere in terra argentina. Similmente, nel 2003, il cineasta raccontava all'interno del trittico Piccole Storie , il dramma dell'anziano Don Justo. Nello specifico si trattava di mostrare il calvario esperienziale di un uomo alle prese con la difficile, ed ancora una volta imprescindibile, ricerca del proprio cane scomparso. Giunti nel 2006 - anche se la pellicola è stata realizzata da Sorin nel 2004 - il regista “consegna” alle sale italiane la sua terza historia minima, Bombon - el perro . In perfetta linea di continuità con le due precedenti tappe registiche, anche qui si tratta di analizzare, con l'ausilio di stilemi “rigidamente” posti sotto il controllo del reale, l'esistenza di un uomo e del suo particolare, salvifico, rapporto con un cane. Il cinquantaduenne Juan Villegas ha lavorato per circa venti anni della propria vita, prima del “tragico licenziamento”, in una stazione di servizio ubicata su una remota strada della Patagonia. In seguito alla difficile situazione societaria dell'Argentina messa in ginocchio dalla crisi economica, l'esercizio nel quale Juan “Coco” svolgeva mansioni di meccanico è, come tante altre attività, stato venduto. Costretto dunque a sopravvivere, in ragione della precarietà che stringe la nazione, Juan prova a fatica a guadagnarsi da vivere con un vecchio hobby/artistico: costruisce coltelli artigianali dai manici in legno pregiato salvo poi tentare di ri/venderli agli operai dei cantieri che incontra sulla strada. Come dimostrano le inquadrature in campo lungo, all'interno delle quali svettano imperiose e solitarie le alte sagome delle trivelle petrolifere, però, le cose non vanno bene; il paese è per la maggior parte deserto (bellissima, da questo punto di vista, la sequenza finale del film nella fabbrica di mattoni) e chi ha un lavoro (si tratta per la maggior parte di operai) non può, comunque, permettersi di coprire il costo di “pezzi” d'alto artigianato quale sono, appunto, i coltelli del signor Villegas. Accade così che muovendosi a bordo del proprio mezzo nell'abbacinante distesa argentina, Juan soccorre una giovane donna rimasta in panne con l'automobile sul bordo della strada. La riparazione della stessa vettura lo conduce in una fattoria dove la proprietaria gli offre come ricompensa un cane, bellissimo esemplare bianco di Dogo argentino che il marito di origini francesi, oramai defunto, aveva a suo tempo acquistato con l'intenzione di avviare un allevamento. Dapprima restio nell'accettare l'animale date le difficoltà economiche, Juan a poco a poco si accorge che il suo nuovo compagno di viaggio è apprezzato da chiunque lo veda e matura timidamente in lui una certa soddisfazione, come se gli apprezzamenti fossero in un certo modo rivoltigli dal momento che ora ne è il padrone. Sarà proprio grazie al cane che Juan otterrà un lavoro provvisorio in un magazzino di lana oltre che un prezioso numero telefonico datogli dal direttore della banca presso la quale l'uomo, sempre in compagnia del cane, si era recato per riscuotere l'esigua liquidazione. Il futuro - probabile - di Juan e del cane sono a questo punto uniti da qualcosa di indissolubile tanto da spingere l'uomo a contattare Walter, un preparatore di cani per le esibizioni ed accettare così la sua nuova figura professionale, quella, appunto, di esibitore. Lontano dal - comunque - fascinoso caos glamour di Amores Perros , nel quale l'esibizione della carne lacerata e della conseguente fuoriuscita di liquidi corporali veniva posta (anche se analizzata da un punto di vista strettamente stilistico-fotografico) quale elemento cardine del discorso-cinema, all'interno di Bombon – el perro , l'universo cinofilo è totalmente depurato dalla violenza sanguinaria dei combattimenti presenti nell'esordio cinematografico di Alejandro Gonzales Inarritu per dirigersi, ed immergersi, invece, in un sostrato agrodolce di situazioni kitch (le esibizioni stesse) ad alto tasso emotivo (il momento in cui Juan e Walter si rendono conto che Bombon è privo di libido sessuale). Il trattamento e l'attenzione che Sorin riserva al materiale cinematografico si caratterizza soprattutto per una totale adesione rispetto ai crismi (eidetici) di un reale minimalista sia per quanto concerne il plot sia per quello che riguarda, invece, luoghi e personaggi che abitano ed attivano la diegesi stessa. A questo proposito, lo stesso Sorin ha dichiarato che l'umanità (e l'animalità!) descritta e raffigurata all'interno della pellicola è costituita da “persone reali, ma ad una condizione: essi non devono essere attori, perchè sarebbero per lo più dei cattivi attori, ma se stessi. Coloro che interpretano i personaggi di Bombon – el perro sono esattamente i personaggi stessi. Non in senso letterale, perchè hanno altre occupazioni e vivono in altri luoghi, ma nell'essenza, nell'anima.” Ciò che risulta evidente, ed evade con sincera forza poetica dalle maglie del racconto di El perro è, infatti, una completa adesione alle ragioni di un sentimento interno così come di un moto esistenziale inestinguibile. E' sul bordo orbicolare del meraviglioso Juan Villegas che si consuma, per intero, da una parte la latenza disperante di chi è costretto a sopravvivere di espedienti mentre dall'altra, una forza di segno esclusivamente contrario (tutta esplicitata nei brevi e languidi sorrisi dell'uomo), un anelito a resistere nei confronti di un presente complesso e la nutrita speranza in un futuro migliore. C'è qualcosa di lacerante, di disperato ed allo stesso tempo in grado di donare brevi ma intensi attimi di gioia nel modo di porsi al cospetto del reale da parte di Villegas. Commuove e diverte con i suoi modi pacati, gli occhi languidi, sovente in bilico, indeciso tra il sorriso e il pianto, con la postura di chi vive nel quieto e sincero imbarazzo di un silenzio quasi organico. Vedere l'anziano e dolcissimo uomo alla guida di un “furgoncino” decadente al fianco del molosso bianco, entrambi immobili, così come assistere alle esibizioni canine nelle quali Juan si improvvisa espositore professionista - sempre e comunque fuori luogo -, o ancora osservare la caparbietà con la quale Walter cerca di portare a buon fine i suoi intenti, provoca un sentimento bipolare (non indotto gratuitamente) di ilarità e malinconia. Non ci è dato sapere con certezza se Walter sia o meno sincero nei confronti del mite e taciturno Juan oppure voglia semplicemente approfittare del suo cane a scopo di lucro. Allo stesso modo risulta estremamente difficile cercare di decodificare cosa s'agita all'interno di Jaun, se l'ipotesi relativa alla professione di espositore lo renda realmente felice o venga considerata dallo stesso come mero palliativo in grado di alleviare, anche se in minima parte, i suoi dubbi come le sue manifeste perplessità. In fin dei conti però, non importa nemmeno avere certezze relazionabili a quest'ultime, implicite considerazioni. Da parte dell'autore non vi è, altresì, nessuna presa di posizione a priori che possa indirizzare l'istanza spettatoriale verso fuorvianti considerazioni etico/sociali (la ferocia di certe razze canine e/o lo sfruttamento della medesima, presunta dal punto di vista genetico, caratteristica, da parte degli esseri umani). Il realismo di Sorin, con il procedere del racconto, si sfalda, e sfumando, magicamente assume i contorni indefiniti ed indefinibili della poesia. Quello che conta, dunque, è, in primis, aderire agli invisibili e indecodificabili stati d'animo - ed alle relative movenze - di personaggi che, tristi e bizzarri insieme (garante e referente di quest'ultima considerazione è certamente anche la dolcissima e truccatissima danzatrice del ventre, Angela Azzi) incedono sullo sfondo di una pianura senza fine inseguendo e battendosi per ciò in cui credono, o meglio, in cui sperano. Indagare e misurare il perimetro dell'anima, sostare con la sua “sparuta” macchina-cinema sulla zona da cui principiano i sentimenti, questo interessa a Carlos Sorin: ordire il proprio tessuto cinematografico avvalendosi di silenzi - e spazi topografici naturali - essenziali, di fisionomie tanto anonime da risultare indimenticabili. Non a caso, sottolinea ancora l'autore, “al termine dei titoli, apparirà la classica frase che afferma: I personaggi e i fatti mostrati sono opera di finzione. Ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale. Non bisogna credere a una parola di tutto ciò: in questo film, nè i personaggi nè le situazioni sono di pura finzione, e neppure le similitudini sono mere coincidenze”.

- agelasta -
(Diego Borgazzi)