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SOMEWHERE

di Marina Delvecchio

Leone d'oro al Festival di Venezia 2010

Anche se sembra che Sofia Coppola sia cambiata rispetto ai tempi di Lost in translation, i temi a lei cari non sono mutati: la solitudine, che il protagonista di Somewhere condivide con Maria Antonietta e le vergini suicide; l’alienazione, la stessa di Bill Murray e Scarlett Johansson, in eterna condizione di jet lag confinati in un hotel dall’altro capo del (loro) mondo.
Qui il protagonista è un attore, l’italo americano Johnny Marco, nome e volto che fanno il verso a diversi modelli reali, di cui il film ci racconta il mestiere di vivere: in transito da un hotel – lo Chateau Marmont di Los Angeles – ad altri, tra mura poco domestiche e divertimenti aleatori, il protagonista ammazza il tempo senza scopo tra un ciak e un tour promozionale, in una sorta di coazione a ripetere senza coscienza una vita mossa per inerzia. In mezzo a questa apatia esistenziale piomba inaspettato e imprevisto il candore angelico della figlia dodicenne, Cloe, interpretata dalla giovane (e brava) Elle Fanning.
Bastano poche semplici sequenze, forse per qualcuno troppo semplici, a ritrarre il rapporto tra Johnny e Cloe: la preparazione della colazione una domenica mattina, un pomeriggio alla lezione di pattinaggio artistico e una mattinata in piscina. E un fantastico the sott’acqua, che da solo vale tutto il film. Come all’inizio, del resto, erano state poche scene essenziali a suggerire l’alienazione di Johnny: una per tutte quella che apre il film, con una Ferrari nera che gira in tondo in mezzo al deserto.
Forse è un po’ scontato che quest’adolescente invecchiato e annoiato si lasci scuotere dall’epifania di una figlia a lui quasi sconosciuta. Eppure sono eventi come questi, o, al contrario, grandi manifestazioni di cinismo, ad innescare le nostre crisi esistenziali come quella che colpisce il protagonista.
E Sofia Coppola è capace di entrare in questi luoghi bui, di dipingerli anche nella loro violenta inconsistenza, di portarli alla luce dall’universo sordo in cui giacciono.
Di nuovo, come in passato nel suo cinema, la colonna sonora ben si sposa e fa da appendice al senso di alienazione e straniamento dei protagonisti, li culla e li protegge. Il tono è più ironico del solito e conferisce una speciale leggerezza, non inconsistenza, al film. Non tanto e non solo nelle scene “italiane”, quanto nei dettagli della vita straniata di Johnny: come nella scena della preparazione della maschera, o in quella della conferenza stampa.
Piuttosto è un finale solo suggerito, quasi abbozzato a sembrare , forse, troppo sospeso, ipotetico, quasi superficiale.

[settembre 2010]