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Sound
Barrier, il cinema di Amir Naderi
di
Michele Nanni
Il formalismo
spettacolare è un muro che assorbe e riflette, ma non si lascia
penetrare. NY ne è simbolo, i grattacieli di New York sono concepiti
come scatole composte da schermi protettivi, l'estetica esprime un formalismo
verso il fuori ed un funzionalismo pragmatico all'interno: un "postmoderno"
dell'acciaio e del vetro.
L'immagine moltiplicata ha modellato l'individuo, copiandolo ed incollandolo
in tutte le superfici della città, gli ha strappato via l'anima
e l'ha ricodificata in potenza estetica unificata ed uniformante, una
sorta di inglobante numerico prosciugato di qualsiasi valore etico. La
fase finale della "vera grande rivoluzione di destra"¹
ha superato l'edonismo (senza averlo mai abbandonato), ha portato a compimento
la scarnificazione dell'individuo, come nell'incubo premonitore di "Salò".
Il corpo mutilato è scomparso dalla città-rappresentazione
spettacolare, ridotto a pura funzione e misura, ma si annida ancora, nella
sua dimensione "intera", come un bacillo, negli intestizi della
megalopoli, tra le macerie delle aree di risulta, tra i rifiuti, i rottami,
i magazzini, gli scantinati, le piazzole autostradali, i magazzini, le
stazioni periferiche della metropolitana.
Naderi, nella
sua tetralogia metropolitana, "Manhattan by numbers", "A,B,C…
Manhattan", "Maraton", "Sound Barrier", sguinzaglia
un piccolo esercito di guerrieri "marginali" alla ricerca degli
organi perdurti: occhio, orecchio, fegato, cuore…
E' solo attraverso l'investimento completo del corpo che il personaggio
è in grado di raggiungere un climax ed una catarsi. La lotta richiede
il coinvolgimento di tutto il sé, fino a diventare una lotta sorda,
titanica contro tutto il mondo, una corsa affannata e determinata all'unica
possibilità di ottenere il miracolo: la rottura della barriera,
di quella membrana che separa il dentro (digitalizzato) e il fuori (riflettente).
L'ultimo lavoro della quadrilogia, ne è il compimento, qui la città
non è più mostrata, ne rimane l'eco, ma è richiamata
dall'inizio che riprende il film precedente: la metropolitana di "Maraton".
Sound Barrier
inizia come un film muto: il protagonista, Jesse, un bambino di dodici
anni, che ha perduto l'udito in seguito ad uno shok, si esprime attraverso
la scittura; nella parte introduttiva del film, i fogli scritti, montati
in primo piano, fanno le veci delle didascalie. L'interlocutoredi Jesse
è direttamente lo spettatore, messo a conoscenza dell l'intreccio
narrativo, attraverso i pochi foglietti scritti e mostrati direttamente
alla videocamera.
Non ci sono dialoghi in tutta la prima metà del film, ambientata
interamente all'interno di un magazzino dove un certo Roger ha stipato
scatole con audiocassette registrate dalla radiotrasmissione della madre
di Jesse. In una di queste registrazioni sta, forse, la risposta alla
sua sordità. Ma Jesse, per trovare la cassetta giusta, ha soltanto
degli indizi scritti su un pezzo di carta.
Lo spettatore è coinvolto emotivamente nella ricerca compulsiva
e irrazionale della cassetta. In uno spazio angusto e claustrofobico l'immagine
si scompone e ricompone in un montaggio serrato di azione (la ricerca
di Jesse) e immagine scritta (lettura e scelta delle cassette giuste,
scarto di quelle sbagliate). Un montaggio su due livelli, quello delle
immagini e quello che compie Jesse attraverso il processo di selezione
e raggruppamento durante la ricerca dell'audiocassetta giusta, un rimando
visivo diretto all'operazione preliminare nella tecnica di montaggio del
film.
Lo spettatore è coinvolto emotivamente anche con il montaggio del
sonoro: un alternarsi di soggettive ottuse (sordità) ed oggettive
violente, pone l'ascoltatore sulla linea di confine tra il sentire il
rumore ed il ricostruirlo attraverso l'immagine, cioè vederlo.
E' in questo che il regista Iraniano e Newyorkese Amir Naderi, si spinge
al massimo della purezza filmica, dopo aver ripulito l'opera dalla narrazione,
dal colore, dalle parole, dopo aver spezzettato la figura in "sezioni
affettive" (il volto, la mano, l'orecchio, la cassetta), e lasciato
lo spettatore a se stesso di fronnte ad immagini scarne da assemblare.
La seconda parte del film si svolge su un cavalcavia, nel rumore assordante
dei camion. Jesse, dopo aver trovato la cassetta giusta è costretto
a decodificarla dal labiale di un passante che si presta a ripetere ciò
che ascolta dal registratore.
La comunicazione, come negli altri film Newyorkesi di Naderi, avviene
attraverso una decodificazione, un intermediario, ma il rapporto indiretto
provoca deviazioni, omissis, l'obiettivo si disperde da qualche parte,
come nel caso della ricerca di Tom Ryan in "Manattan by numbers".
In questo caso qualcuno ha cancellato la parte specifica del nastro, quello
trovato dopo tanta fatica nello scatinato. La verità è perduta,
la risposta mancata si disperde insieme al nastro svolazzante tra l'asfalto,
il ferro ed il cemento della città assordante.
Nell'appendice
finale del film avviene la catarsi, la furia di Jesse per la mancata soluzione
è la forza che rompe la membrana che separava il dentro dal fuori.
Charlie sente la barriera sonora è stata rotta da dentro, dall'elaborazione
della visione, dal montaggio compiuto dal protagonista durante il film,
è il cinema stesso che cessa di essere "muto" e ricomincia
a sentire. Un film "temerario" che scarnifica le strutture classiche
e mostra le possibilità di una nuova possibilità umanista,
difficile sia per chi lo fa che per chi lo mostra.
¹P.P.Pasolini
"Lettere Luterane" Einaudi 1976
[gennaio
2006]
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