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LA
TERRA DEI MORTI VIVENTI
IL QUARTO STATO
di Marina Del Vecchio
Il pregio
del cinema di George Romero non sta tanto nell'aver rivoluzionato il genere
horror e SF, aprendolo a una riflessione sullo spaventoso squarcio dell'orrore
dentro di noi - come già aveva fatto il Polanski di Rosemary's
Baby - , ma nell'avergli conferito, sin dal primo e fondamentale Night
of the Living Dead, una dimensione civile moderna che si libera in poche
sequenze di tutta l'iconografia romantica e gotica del genere per arrivare
a mostrare che la paura ha i tratti dell'uomo stesso e che il mondo, lungi
dall'essere vittorioso e stabile, si rivela una gabbia di morte sempre
sul punto di crollare. Tutt'altro che oscuro e nebbioso il suo sguardo,
strordinariamente lucido, usa paurose visioni e assilli notturni per dirci
della mostruosità del quotidiano alienante, dell'inferno claustrofobico
borghese, della finta pace dell'oasi consumistica destinata a sgretolarsi,
del dramma della perdita di identità dell'individuo nella società
conteporanea. Con ritmi lenti, toni speculativi, atmosfere stranianti
e dialoghi essenziali Romero profana il genere per restituirci quasi sempre
la visione disincantata e livida di un'America inquieta che dietro l'alibi
della bestialità altra da sé, nasconde e giustifica i propri
mostri.
È sul gruppo, sulla comunità piuttosto che sull'individuo,
che si concentra la riflessione di Romero in una diretta discendenza da
quella fantascienza sociale nata negli Stati Uniti nella prima metà
degli anni '50 sia in campo cinematografico che letterario e che, a differenza
della fantascienza esistenziale alla Philip Dick, puntava il dito su forze
oscure d'oltremondo che arrivavano a sconvolgere la società perbenista
americana.
Ma gli zombi romeriani, quasi mai chiamati così peraltro, (in Land
of the Dead diventano addirittura gli "appestati") sono veri
e propri cadaveri cannibali istigati da indefinite e misteriose radiazioni
che poco hanno del revenant della tradizione vodoo, se non la comune emarginazione
che scatena il desiderio di rivalsa sociale e l'attacco alla società
e all'ordine costituito. Per Romero non sono che un pretesto, o una metafora:
ciò che conta è la loro funzione sovversiva. Non è
tanto il diverso in sé, infatti, a interessarlo, ma la reazione
che esso provoca nell'inconscio collettivo. Gli zombi, dunque, sono un
catalizzatori delle paure, dei pregiudizi e delle reazioni dei viventi
ed è in questo senso che il cinema di Romero è ontologicamente
antropologico. Non c'è altra opera che come la sua si sia interrogata
sulle mille sfaccettature e ambiguità dell'incontro con l'Altro,
usando il genere come base e prestesto che unisce le ossessioni e le visioni
fatastiche dell'infanzia ad un'intelligente gioco di citazioni e reinterpretazioni.
Nella sua indagine sulla fragilità dei codici morali al confronto
con forze ignote, Romero lancia anche una feroce critica al cliché
dell' "arrivano i nostri" e alla ingenua fiducia nel positivismo
scientifico, soprattutto nei primi tre film della tetralogia, un po' meno
in Land of the Dead, in cui la sua visione spietata dell'uomo sfuma quasi
in una commiserazione senza vincitori né vinti per l'abisso verso
il quale si sta dirigendo l'umanità, ignorante, illusa e asservita
a un manipolo di pochi privilegiati. La sua ricerca iconoclasta, che è
diventata fonte di ispirazione per gran parte della produzione letteraria
e cinematografica di oggi, ha anche il merito di aver demolito il mito
delle forze dell'ordine come latori di salvezza e di averle mostrate in
tutta la loro dimensione decerebrata di orrore e inettitudine.
In questo senso Land of the Dead si pone come una variazione sul tema
e come ideale continuazione del discorso iniziato alla vigilia del '68
e continuato con una lucida visione dell'oggi, che è più
futuristica e all'avanguardia di tante recenti esibizioni tecnolgiche
nella forma, ma in fondo conservatrici nei contenuti.
Gli zombi, per i quali Romero ha sempre dichiaratamente provato empatia
e identificazione, si sono evoluti dai comici fantasmi di Night of the
Living Dead alle marionette robotizzate e ipnotizzate dal consumismo di
Dawn of the Dead, fino all'individualità di quest'ultimo Land.
Poco importa che siano iracheni o afgani e che l'oppressore sia l'America
o la vecchia Europa: di certo ad emergere è l'universalità
di questa massa di oppressi che avanza offesa e fiera, quasi una personificazionze
del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, e stanca di essere carne da macello.
Dal punto di vista della forma gli zombi sono come sono sempre stati:
camminano lentamente, in contrasto con l'universo ipercinetico che li
circonda, ma sono stati caratterizzati quasi ad uno ad uno, e ricordano,
maschere gotiche malinconiche e lunari, i grotteschi personaggi di Tim
Burton.
Per quanto riguarda lo stile, se siamo lontani dalle innovazioni e dagli
shock visivi di Night è vero però che quello di Romero oggi
è il cinema più classico nel senso positivo del termine
e paradossalmente il più rivoluzionario e proiettato verso il futuro.
Lontano dalle facili risoluzioni spettacolari e vuote della tecnologia
moderna, ma forte di una incrollabile fiducia nelle storie che racconta
e di artifici visivi semplici ed efficaci, quella di Romero è la
migliore lezione per un cinema del futuro che può salvarsi solo
se guarda e recupera filologicamente il suo passato, altrimenti è
destinato a restare in esilio nella Terra dei Morti.
[luglio 2005]
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Nanuc: rivista di cinema, interviste, recensioni sul festival di Venezia