| 





|
DAVID
LYNCH: "The air is on the fire"
Parigi,
Fondation Cartier
di Raffaello Scolamacchia
Una membrana
trasparente fa da schermo alle cupe visioni di David K. Lynch. E’
una scatola dalle pareti di vetro, piombata in boulevard Raspail come
un oggetto alieno nel centro di Parigi. Invece l’ha disegnata la
mano leggera di Jean Nouvel, e nessuno spazio sarebbe stato migliore per
ospitare The air is on fire.
E’ come guardare nella testa del regista americano o, meglio, nel
suo stomaco. Subito si viene accolti al rez-de-chaussée da
un suono cupo ed ossessionante nel suo ripetersi sempre uguale, che ci
accompagna nel cammino attraverso un labirinto di giganteschi cavalletti
in acciaio, pensati dallo stesso Lynch per accogliere gli incubi di Bob.
Tra tutti, Bob Finds Himself in a World for which He Has No Understanding
(2000) è una finestra su di un inferno molto verosimile. Qui trovano
posto anche le opere più recenti del regista americano, la sua
personale visione dell’ american family , svolta per mezzo di collages
di figure umane a grandezza naturale, vestiti di tutto punto, che si scambiano
battute un attimo prima di infilzarsi, e l’insieme possiede un certo
humour nero. I quadri non hanno confini, guidano l’occhio in un
vortice di scure e violente pennellate che fanno da base per le sagome
sub-umane e per i caratteri incerti, incisi nella crosta di colori.
Il battito del cuore accelera, l’aria inizia a mancare mentre si
gira tra i Distorted Nudes (2004), fotomontaggi numerici creati
a partire dalle fotografie erotiche degli anni a cavallo tra il XIX e
il XX secolo della collezione Uwe Scheid. I corpi, sempre femminili, sono
amputati e decapitati, incubi evocati con la materia degli oggetti quotidiani.
L’occhio cerca d’istinto un po’ di conforto nel verde
che intravede oltre le pareti di vetro della sala.
Immagini di case popolano la sala piccola sul lato opposto del piano terra.
Ma sono case in fiamme, immerse in un’oscurità senza fine,
anch’esse arricchite da collages e sovraincisioni che caricano le
immagini di una violenza enigmatica. Ma qui si svolge anche il capolavoro
della tassonomia dell’incubo lynchiano. Sulle pareti della sala
sono esposti più di 500 disegni, schizzi e note varie, testimonianze
della fervida immaginazione del regista americano, che ha raccolto e classificato
ogni foglietto, post-it o carta intestata di albergo sui quali avesse
posato la matita, fin dall’adolescenza. E il risultato è
una galleria di piccole finestre aperte sul suo mondo, dalle quali possiamo
cogliere i segni, ora manifesti ora latenti, della visione che ha attraversato
la sua opera. Le figure sono nette, geometriche come schizzi scenografici,
mono o bicrome nella maggior parte dei casi, disposte in ordine cronologico.
Una intera biografia per piccoli quadri.
La classificazione cronologica salta invece al piano inferiore, dove si
affastellano disegni, acquerelli e fotografie. Subito è evidente
la predominanza dei toni del grigio e del nero, se si eccettua il rosso
vivo dei rossetti e delle unghie delle donne ritratte nelle fotografie
come fantasmi degli anni 50. Altro soggetto di predilezione sono le fabbriche
abbandonate, i dettagli delle loro parti in disfacimento, come corpi malati
in cemento, ferro e vetro.
Disfatti sono anche i pupazzi di neve, fotografati nei backaryds
delle case di provincia di Boise, Idaho, dove l’artista ha trascorso
parte della sua infanzia. La neve disciolta ha lasciato ancora in piedi
delle forme indistinte, parenti prossimi della creatura informe di Eraserhead.
Sono immagini evocative nella loro nudità, poetiche perchè
immobili nello spazio e nel tempo. E’ qui che si sente più
forte e puro lo sguardo di Lynch.
Nei disegni “di formazione”, dove l’autore inizia a
interrogarsi sul rapporto uomo-macchina è sempre più incombente
la presenza del nero come sfondo necessario per sprofondare a caccia dei
propri incubi. Lungo il corridoio rosso a chiazze nere, suggerito da uno
dei suoi stessi disegni che è stato anche ricostruito in scala
naturale, si possono scoprire i Kits (Fish kit e Chicken kit),
opere effimere di gusto grottesco di cui non restano che queste belle
foto in bianco e nero.
Per finire, non poteva mancare un teatrino d’antan costruito secondo
il disegno dello stesso Lynch, in cui ci si può rilassare (si fa
per dire) davanti ai suoi cortometraggi. Tra questi, Grandmother
(1970), è a dir poco imperdibile. Davanti agli shorts di
Dumbland, cartoon pensato per il web, si può addirittura sorridere.
Se la visita da sola merita il viaggio a Parigi, aggiungiamoci che dal
19 al 24 maggio 2007 sono previste una piccola serie di Soirées
Nomades musicali, con concerti e “conferenze sonore”,
oltre ad una proiezione speciale delle opere meno conosciute di Lynch,
il 3 maggio.
[aprile 2007]
|
Nanuc: rivista di cinema, interviste, recensioni sul festival di Venezia