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THE WILD BLUE YONDER - GRIZZLY MAN
Morfologia di un paesaggio sconfinato

di Michele Nanni

the wild blue yonder

Herzog ci parla di un pianeta morente attraverso la voce di un alieno proveniente dalla galassia di Andromeda, interpretato dall’attore Brad Dourif. Quello che con buona probabilità accadrà agli uomini ed al suo pianeta.
L'alieno ci racconta di una missione intrapresa dalla Nasa, gli astronauti sarebbero stati spediti nello spazio per aver contratto un’epidemia sconosciuta arrivata sulla terra da un'asteroide, un corpo estraneo. Casualmente il viaggio sarà una sorta di ribaltamento rispetto quello dell’alieno narratore sbarcato a suo tempo sul nostro pianeta.
Lo incontriamo in uno spazio decontestuale, una distesa di pale eoliche che freddamente immagazzinano l'enegia del vento, un monumento Neoclassico al centro di un crocevia ferroviario senza stazione, un’area che sembra una vecchia discarica abusiva. L'assenza di cui è impregnato questo paesaggio sconfinato accentua i tratti alieni di chi parla, ma anche di chi ascolta. Rifiutate le geometrie euclidee ed attualizzabili della città, Herzog presenta un uomo alieno e la desolazione di un mondo astratto per farci indossare le tute degli esploratori spaziali in un viaggio oltre i confini dell’universo.
Sin dall'inizio, per affrontare un percorso così lungo, si pone il problema del tempo: occorrerebbero milioni di anni per arrivare fino ad Andromeda con mezzi convenzionali, così tanti quanti ne sono stati necessari all’intera evoluzione dell’uomo fino ai giorni nostri.
A questo punto interviene la scienza a darci la soluzione con la teoria "matematica del trasporto caotico": il movimento di oscillazione imperfetto dei pianeti produrrebbe, attraverso campi di forza, dei tunnel che renderebbero possibile l’elusione del tempo, l'immissione immediata nello spazio profondo.
In "Grizzly man" W.H. dichiara di non essere d'accordo con chi vede l’universo dominato da una legge d’armonia ma piuttosto da caos, distruzione e disperazione. In "The Wild Blue Yonder" ne fa una teoria scientifica, un rumore inorganico che annulla le distanze.
Non è superfluo far chiarire agli scenziati della Nasa che l’intuizione della loro teoria sia stata ispirata osservando le stelle cadenti o osservando gli schemi della cattedrale di Chartres o di come, per comprendere l'annullamento dello spazio temporale abbiano lavorato come l’artista. W.H. attinge dai fondamenti scientifici più moderni, dall’ermeneutica e dalla teoria della complessità, da quei territori dove la scienza tende ad uscire dal piano della referenza, a sconfinare nel piano dell’immanenza, del concetto, tanto che i matematici intervistati ci sembrano pensatori.
Per ogni sconfinamento, per ogni viaggio di andata, c'è anche un viaggio di ritorno, due percorsi speculari: l'alieno si umanizza ripercorrendo le tappe e gli errori della storia, diventando giudice e coscienza del passato, gli astronauti invece, attraverso un procedere vorticoso, fluttuante, privo di gravità, si alienano, si fanno portavoci di una veggenza fluida che ci rimanda ad un futuro in cui l’uomo abbandonerà la terra lasciandola al suo aspetto primitivo mentre vagherà tra le stazioni dei suoi tunnel cosmici.
Anche "Grizzly man", l'uomo che ha vissuto per anni insieme agli orsi, opera uno sconfinamento “…ha superato quella linea invisibile…” e nello stesso tempo compie per volontà propria un ribaltamento funsionale alla propria trasformazione: uomo braccato dall’uomo, bracconiere dei bracconieri, uomo braccato dagli orsi, uomo orso, orso. Per compiere questo percorso è necessario innansitutto rifiutare la civiltà, poi la propria umanità, la propria fisicità: il ricongiungimento pieno con la natura-mondo coincide con l’atto estremo di farsi divorare dal vecchio orso. In Kaspar Housen W.H. poneva il personaggio nella condizione limite disumanizzante dell’individuo cresciuto come un animale in cattività per conferirgli la più alta coscienza della condizione umana attraverso visioni febbrili: una collina sassosa, ricoperta di nebbia dove una folla in processione cammina verso la sommità per incontrare la morte.
In "The wilde blue yonder" il punto di arrivo, l’immaginaria origine dell’alieno, l’immaginata terra promessa degli astronauti, è l’abisso protetto dal cristallo ghiacciato della calotta polare, dove le due entità contrapposte del personaggio herzoghiano uomo e alieno si riflettono specularmente.
L'uomo è un estraneo di fronte allo stupefacente fascino di un mondo arcaico, presente solo come viaggiatore osservatore, ormai troppo evoluto per reagire alle interpellazioni degli abitanti autoctoni, forme di vita primordiali che si esprimono con linguaggi troppo o troppo poco complessi.
Ormai il viaggiatore alieno e gli uomini condividono nella loro indiscernibile interscambiabilità, la materia fluida, amniotica, feto astrale e feto terrestre.
Gli uomini pesce si dispongono ad abbandonare il brodo primordiale per risalire dal tunnel scavato nel ghiaccio come spermi nell’utero di un mondo da ricreare, un altro viaggio sconfinato.
Nel brutto paesaggio del cinema contemporaneo il cinema di Herzog è pronto a rimettere tutto in discussione, le definizioni, i generi, il ruolo della scienza e dell’arte, lo scopo della civilizzazione e il ruolo dell’uomo: il suo cinema è moderno perché capace di scendere e salire in un circolo ininterrotto dalla più profonda e ignota pulsione primordiale ai territori emozionali della più alta poetica.

[novembre 2005]


THE WILD BLUE YONDER

Regia e sceneggiatura: Werner Herzog; direzione della fotografia: Tanja Koop, Henry Kaiser, Klaus Scheurich; montaggio: Joe Bini; musiche originali: Ernst Reijseger, Mola Sylla, Tenore e Cuncordu de Orosei; suono: Joe Crabb; interpreti: Brad Dourif, gli astronauti dello Space Shuttle STS-43, i matematici della Nasa/Jpl/Caltech di Pasadena; produzione: Werner Herzog Filmproduktion TetraMedia, West Park Pictures, France2 per BBC e FR2, col sostegno del Centre National de la Cinématographie CNC; distribuzione: Werner Herzog Film, Tipota Movie Company, Fandango Italia; origine: Francia, Germania, Gran Bretagna 2005; durata: 81’; web info: sito ufficiale.

GRIZZLY MAN

Regia, soggeto, sceneggiatura e voce narrante: Werner Herzog; fotografia: Peter Zeitlinger; montaggio: Joe Bini; musica: Richard Thomson.