Conferenza stampa del film "Lettere dal Sahara" (Venezia, 31 Agosto 2006)
Qual è il significato del titolo: Lettere dal Sahara? Inizialmente il film doveva essere girato a nord del Senegal che confina con la Mauritania, poi per tanti motivi che non sto a ripetere, abbiamo girato nel sud che è una zona sub-tropicale, non desertica. Allora il titolo ha conservato un significato metaforico perché noi, nella nostra presunzione occidentale pensiamo sempre che il resto del mondo sia un deserto e perciò Lettere dal Sahara vuol dire lettere dal cosiddetto deserto. Almeno io lo interpreto così. Perché ha scelto un immigrato dal Senegal? Non lo so, non c'è sempre un raziocinio, sono scelte d'istinto. All'inizio doveva essere un marocchino, poi però ho pensato che il Senegal, che è Africa nera, però islamica, fosse più rappresentativa di tante cose e sono contento di questa scelta. Alla fine è stata veramente una scelta fortunata, abbiamo trovato degli interpreti straordinari che hanno collaborato in tutti i sensi, perché noi non sapevamo molto di questa realtà, loro ce l'hanno detta e noi l'abbiamo tradotta in un film. Alla fine sono rimasto sorpreso, veramente stiamo vendendo la pelle dell'orso perché abbiamo visto la realtà, poi c'è stata tanta attesa, e se il film non piace è un disastro. Qual è la sua idea sul doppiaggio? La televisione ormai si muove solo su un piano virtuale, mentre noi invece, riproducendo la realtà non potevamo non fare certe scelte. Per esempio quando il protagonista incontra il cugino, non potevano parlare italiano. Ci sono dei momenti in cui non si può usare il doppiaggio. In questo film il sessanta per cento dei dialoghi si svolge in lingua senegalese. Il film rispecchia la sua idea originaria? E' finito il tempo in cui ogni cinematografia stava chiusa nel suo steccato e al massimo si confrontava con gli altri. Io sono andato a girare in Senegal ho girato con attori senegalesi non capivo quello che dicevano, qualche volta travisavano un po' il senso delle cose che avevo scritto e lì per lì mi sono anche irritato, poi ho capito che era giusto così perché parlavamo di argomenti loro, loro erano gli interpreti, eravamo in Africa, quindi era giusto che diventassero i coautori. Quindi viene meno l'idea dell'artista demiurgo che ha tutto in testa prima. Se ci fosse un seguito, vedremmo Assane (il protagonista) tornare in Europa o rimanere in Africa? In Africa. Il senso del film è questo, l'abbiamo scoperto strada facendo, di fronte ad un fenomeno così vasto come quello dell'immigrazione ci sono due strade: o negare tutto, chiudersi in se stessi e dividere, oppure cercare il dialogo, cercare il confronto e credo che questa seconda soluzione sia di rigore non c'è altra possibilità sennò siamo finiti. A volte mi viene in mente, non come articolazione logica, ma come sentimento di uomo: credo che saremo salvati dagli stranieri. Forse è una dichiarazione iperbolica però è quello che sento. |
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