Venezia 63, I Morti e i Vivi di Michele Nanni
Quando il festival non è ancora iniziato, gli stand e la passerella sembrano scheletri in attesa dell'abito della grande parata. Gli scorci tetri dei viali alberati del Lido, ancora deserti, fischiano sordi al passaggio di un vento da fine stagione balneare, che trasporta sacche di nebbia dalla laguna al mare. Non sono ancora funzionanti quegli spauracchi grigi, che dall'indomani ci costringeranno ad essere probabili terroristi ad ogni passaggio, mentre si stanno posizionando le colonnine rosse che segnaleranno la divisione in classi di privilegio degli accreditati per la mostra e che nella quantità privilegeranno i giornalisti del gossip di professione (che non smettono di addormentarsi in sala e far squillare i telefonini) e terranno fuori i critici ed gli appassionati. Pensavamo che dopo lo scandalo su Abu Omar ed i falsi allarmi sullo stato di allerta, o almeno dopo il cambio di governo, l'ipocrisia della sicurezza si fosse allentata. Vediamo i film e ci consoliamo con una programmazione di tutto rispetto. Venezia 63: il cinema che rinasce dalle macerie? Tra i palazzi in demolizione, da sotto un cumulo di mattoni, l'amico del minatore Han Sanning, protagonista di Still Life , (Leone d'oro meritato di quest'anno) esce morto su una barella ed entra, con un'inquadratura ripetuta, nell'altro lavoro presente alla mostra dello stesso Jia Zhang-ke: Dong , il documentario sul pittore Liu Xiadong. Il pittore nello stesso documentario dichiara che gli interessa rintracciare la commozione negli angoli più disparati e marginali, e poi piange (commosso) durante il funerale (vero) nel villaggio di contadini che verrà sommerso quando si attiverà il terzo livello della diga più grande del mondo. La modernità ed il progresso uccidono gli uomini, la storia, il passato. Li sommergono. Ma i morti diventano fantasmi e risorgono come nel film di Kurosawa Kiyoshi, Retribution , dove un ispettore, che indaga su una serie di omicidi vicino a Tokyo, ci accompagna in un viaggio dantesco nel quale siamo chiamati da un passato che non vuole essere abbandonato, che torna al presente da un'area industriale dimessa, da una vecchia discarica interrata. Il cinema si rivivifica con il ritorno di Bunuel che ci parla con la magnifica voce di De Oliveira in Belle Toujours , sequel di Belle de Jour . De Oliveira dichiara di aver fatto questo film "perché oggi Bunuel è dimenticato, ma la sua cattiveria nel guardare il mondo, le bugie, il terrorismo, la perversità, sono cose di tutti i giorni." Morti che parlano dalla stanza n° 47 dell'americano David Lynch di Inland Empire : frammenti di esistenze che riemergono da un mondo rimosso, da colpe e delitti che qualcun altro ha commesso prima di noi, ma che ugualmente siamo dovuti a ripercorrere ed espiare insieme alla protagonista Laura Dern, che ci accompagna attraverso un labirinto di deformazione fisica e mentale fino al disfacimento della soggettività dell'attrice e dello spettatore. L'autore dichiara: "Ho la sensazione che il film esista prima che lo metta insieme, passo per dejà vu che a volte anticipano il futuro". Nella lunga testimonianza di Spike Lee, When the Leeves Broke: A requiem in Four Acts , sono i corpi che riemergono dalle acque della New Orleans distrutta dalla furia di Kathrina, a parlare della condizione dei poveri bianchi e neri nell'America classista di Bush. Corpi gonfi di uomini, donne, bambini, rimasti intrappolati per giorni, in attesa dei soccorsi mai arrivati. Un volto inedito dell'America ancora impegnata a propagandare la guerra totale al terrorismo, ad usare lo stato di allerta per annullare i diritti di libertà dell'individuo. "Questo è il momento in cui ci siamo fermati davanti allo specchio e ci stiamo guardando", dichiara uno dei testimoni nell'ora in cui una parte del paese più potente del mondo riflette sulla propria condizione. Ma dall'America il monito a non dimenticare arriva anche dal The U.S. Vs. John Lennon dove alla rockstar, ormai ridotta ad icona pop pacifista dall'immaginario della società spettacolare, viene restituita di diritto la reale identità di uomo coraggioso che si fa forza della dote di grande comunicatore per contrapporsi alla volontà distruttiva e disumanizzante del potere. Siamo arrivati con un percorso a salti alla fine del festival, non sono ancora le otto del mattino e c'è già la coda per gli inviti al film di Lynch. Le strade sono ancora piene di cartacce e la nebbia della laguna resta ancora impigliata tra i rami foschi dei viali alberati. Bertolucci cammina mesto e solitario nella direzione opposta alla nostra, opposta a quella della passerella delle star. Lo scambiamo con il fratello Bernardo, ma ci sembra strano che non guardi guardarsi, che ponga il suo vedere sul mondo: infatti è il fratello piccolo, Giuseppe, che ci accompagna nell'ultimo viaggio a ritroso, quello del Pasolini prossimo nostro e siamo finalmente arrivati alle macerie di casa. Per la nostra storia la morte di Pasolini segna un momento cruciale: da lì in poi tutta la cinematografia italiana segue un inesorabile declino, fino alla triste situazione odierna in cui, a colpi mediatici, si inventa ciclicamente la falsa esistenza di una nuova rinascita cinematografica, di nuovi emergenti che alla fine contribuiscono solo al nutrimento della buona televisione buonista. Con Pasolini prossimo nostro Giuseppe Bertolucci riapre quella porta che a molti, soprattutto a destra, ma anche a sinistra, conveniva tenere chiusa. Quella ferita aperta che ci racconta con esatta lucidità dell'ascesa al potere del consumismo fascista nel nostro paese. Dall'intervista di Gideon Bachmann sul set di Salò Pasolini lancia un ultimo disperato monito. "Questo film ( Salò o le 120 giornate di Sodoma ) è la metafora di ciò che il potere fa del corpo umano, è la mercificazione del corpo umano, la sua riduzione a cosa, che è tipico del potere, di qualsiasi potere". [settembre 2006] |
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