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Leone d'oro alla carriera

INLAND EMPIRE

VEDERE LA VOCE

di Michele Nanni

the wild blue yonder

Tra tutti i nomi degli apparecchi di riproduzione anteriori alla nascita tecnica del cinema, il Fonoscopio di Demei era quello che alludeva alla possibilità di vedere la voce. Tra le prime immagini di Inland Empire , la visione elettronica/digitale al "macro" del disco in vinile, sembra adatta a rappresentare questo concetto: vedere la voce.

In Lost Highway ed in The Straight Story l'immagine chiave era la striscia spezzata della mezzeria stradale che scorreva via sotto la macchina (o sotto il tagliaerbe ad un diverso ritmo), come a rappresentare lo svolgimento temporale, pellicola metaforica che viene mangiata dal proiettore nel momento della riproduzione.

In Inland Empire la puntina/lancetta resta ferma in un punto ma si muove nella vibrazione, il vinile scorre sotto come un tapis roulant circolare e genera uno spazio sonoro. Il film, (la storia) scorre sotto lo spettatore ed il regista non è altro che un osservatore che si limita a fare luce su una materia scura che già racchiude in sé l'opera. Un po' come il blocco di marmo racchiude l'opera e Michelangelo non fa altro che togliergli l'involucro per farla uscire, così Lynch estrae l'immagine dal nero, dalla tenebra dentro la quale tende a ricadere incessantemente come dentro un labirinto sul quale si aprono stanze come blocchi spazio-temporali, gettandovi fasci di luce di gotica memoria.

Da Eraserhead, il primo lungometraggio, a Inland Empire, l'ultimo, Lynch non è cambiato affatto, a parte le capacità coloristiche, e possiamo affermare che questi sono i film che più ne esprimono la poetica. Si è trasformata la lastra di materia da illuminare, si è trasformata l'America, si è trasformato il mondo: l'ossessione visionaria dell'individuo è diventata voce moltiplicata, incubo collettivo.  

ATROCITY EXHIBITION

di Marina Delvecchio

"This is the way, step inside"
Joy Division

the wild blue yonder

La brusca virata di Inland Empire rappresenta innanzitutto un ritorno: alla funzione intrinsecamente sadica della regia (quale potrebbe essere altrimenti il ruolo del regista?) e alla metamorfosi dell'attore non più in una metafora, bensì in un "frammento ritmico attivo e cosciente"1 . Allo stesso modo dell'astrattismo formale e contenutistico di Eraserhead, il demiurgo Lynch opera una manipolazione del corpo attoriale della protagonista fino a liberarsi del peso ingombrante della sua realtà di persona e perfino di attrice. Ecco che quanto più viene operata una deriva del plot e dell'immagine - anche attraverso un uso "sporco" del digitale, ingenuo o dilettantistico solo in apparenza - maggiore è in realtà lo sforzo di veicolare nell'immagine l'"insostenibile flagranza della realtà", contro l' inevitabile trasformazione delle immagini cinematografiche in quelle ombre de "la mort au travail" di cui parlava Cocteau. In questo senso Inland Empire è quasi un atto di resistenza bunueliano, un taglio degli occhi che rivolta lo scenico in osceno, che "elimina il discorso e la retorica per far trionfare l'evidenza": per riportare, cioè, il cinema alla primaria funzione del mostrare, contro il processo di fantasmizzazione del reale in immagini. Come altro riuscirci se non con un eizesteiniano "montaggio delle attrazioni" o, per dirla con Artaud, con un "montaggio della Crudeltà" (dove con questo termine non si intende certo la pseudo- crudeltà comunemente commercializzata, bensì il rigore della Crudeltà artaudiana)? A questo proposito, dunque, è vero sul Lynch di Inland Empire, quello che Bazin scriveva su Stroheim: "contro il mito sociologico della vedette, eroe astratto, ectoplasma dei sogni collettivi, riafferma la più singolare incarnazione dell'attore, la mostruosità dell'indviduale". Quella di Inland Empire è un'immagine estrema: un'immagine cioè che, come scrive Alessandro Cappabianca "sarà quella che riesce a mettere in crisi in senso quasi fisico la nostra stessa sicurezza; quella che si rifiuta di essere contemplata, anche in nome della sua bellezza formale o della sua acutezza intellettuale; quella che ci sconvolge perché non riusciamo più a credere che sia solo un'immagine" 2

INLAND EMPIRE

di Diego Borgazzi

Che non si tratti di semplice immagine a cui credere - come giustamente argomentato da Marina Del Vecchio - se ne ha testimonianza fin da subito; addirittura la conferma la si ha quasi - con riferimento a quanto scritto invece da Michele Nanni - ancor prima dell'inizio “ufficiale” dell'ultimo capolavoro di David Lynch. Prima di un Inizio e dopo una Fine, dunque, Lynch sconvolge, disturba, argomenta, (dis)mette in scena il sogno e l'incubo, la materia e lo spirito. Tessendo ed imbibendo d'indecifrabile ciò che sceglie di mostrare e/o celare, il cineasta del Montana lambisce il “terribile” confine - solitamente - destinato all'identità. Antecedente al sogno e successivo all'incubo, Inland Empire s'insedia nei corpi dei numerosi, “sventurati” spettatori che hanno affollato le proiezioni ufficiali del Festival come una vera e propria infezione. Il virus s'espande nella struttura corporea e mina da vicino la psiche di chi è chiamato alla visione. Istanza attoriale ed essenza spettatoriale: Lynch non risparmia nessuno. Persi nei vicoli di un'identificazione impossibile, alla deriva dell'essere unico e determinato, l'immateriale filmico prende corpo e, respirando rumorosamente, diventa vita. Il magma-digitale inghiotte la fabula e (la) rimette. Espulsione di senso, omissione di significato, parcellizzazione emozionale e, sopra ad ogni cosa, suppurazione narrativa.....questo, secondo Lynch, il teorema in/decifrabile cui fare riferimento per la realizzazione di Inland Empire. I centosettanta minuti dai quali è composto il film equivalgono alla stasi di cui è passibile un'intera esistenza o, diversamente, vengono a rappresentare una durata infinitesimale che corrode la fisio(g)nomica naturale. Inland Empire è un liquido che si (di)scioglie nella vita non esperita, una pièce autorappresentantesi nel teatro dell'oscuro polisemico.

Regia: David Lynch; Sceneggiatura : Gretchen Houk, Melanie Rein; Montaggio : David Lynch; Musica :Angelo Badalamenti; Interpreti : Laura Dern, Jeremy Irons, Harry Dean Stanton, Justin Theroux, Julia Ormond; Produzione : Inland Empire Pruductions; Origine : Usa, 2006; Durata :172'

1 Alessandro Cappabianca, L'immagine estrema, Costa e Nolan, 2005.

2 Ivi.