Nanuc: rivista di cinema, interviste, recensioni sul festival di Venezia
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VENEZIA 2004


UNA CANZONE PER BOBBY LONG

regia e sceneggiatura: Shainee Gabel
fotografia: Elliot Davis
montaggio: Lee Percy, Lisa Fruchtman
interpreti: John Travolta, Scarlett Johansson, Gabriel Macht
produzione: Paul Miller, David Lancaster
distribuzione: Lucky Red
durata: 120'
origine: Usa 2004

di Marina Del Vecchio
Brillante opera prima dell'americana Shainee Gabel, A Lovesong For Bobby Long si potrebbe paragonare a un racconto di John Fante per la sua scrittura elastica e accattivante e a un romanzo di Dickens o di Twain per la trama che intreccia tra loro le vite dei tre protagonisti sullo sfondo di una cittadina nel Sud degli Stati Uniti.
Fuori dalla Storia con la S maiuscola, la trama si colloca piuttosto in un tempo scandito dalle stagioni e dalle citazioni letterarie - ma si potrebbe dire ugualmente dai ricordi, o più in generale dal passato - che l'ex professore alla deriva Bobby Long e il suo affezioanto assistente Lawson Pines si scambiano in ripetuti botta e risposta che costituiscono la loro principale forma di comunicazione. Nel limbo al quale si sono autocondannati fuggendo dal tempo piomba un giorno con tutta la sua contradditoria carica di disillusione e volontà di riscatto la giovane Pursy, sulle tracce di una madre morta prematuramente e di un padre ancora sconosciuto. E' vero che il film si fa forte soprattutto dell'interpretazione dei tre attori principali - non solo John Travolta, un perfetto Bobby Long sul viale del tramonto ma anche e soprattutto Scarlett Johansson che catalizza davvero l'attenzione fino a diventare quasi il centro della trama e del film, e Gabriel Macht, nel ruolo di Lawson Pines -. Tuttavia non si può non riconoscere alla Gabel una regia che mantiene un buon equlibrio tra gli elementi, anche grazie a una solida sceneggiatura, forse a tratti solo un pò enfatica nei dialoghi.

[settembre 2004]


LAVORARE CON LENTEZZA. RADIO ALICE 100.6MHZ

regia: Guido Chiesa
sceneggiatura: Guido Chiesa, Wu Ming
fotografia: Gherardo Gossi
montaggio: Luca Gasparini
musica: Teo Teardo
interpreti:Tommaso Ramenghi, Marco Luisi, Claudia Pandolfi, Valerio Mastandrea
produzione: Domenico Procacci
distribuzione: Fandango
durata: 111'
origine: Italia 2004

di Marina Del Vecchio
Non è facile raccontare del ’77. Non è facile perché resta un periodo controverso della nostra storia recente, pieno di contraddizioni ancora troppo fuori fuoco, o forse troppo ravvicinate per essere valutate col giusto distacco. Sopraesposta o sottoesposta, l’immagine di quei giorni, di insolita libertà creativa ma anche di snodo drammatico della contestazione studentesca, resta comunque difficilmente inquadrabile. Lo sanno molto bene i padri, che appartengono chi più chi meno a quella “meglio gioventù combattiva, ma lo sanno anche i figli che hanno dovuto fare i conti con un passato di grande entusiasmo e di forti slanci, ma anche con i suoi strascichi di profonda delusione e con suoi più miseri ripiegamenti.
L’intenzione iniziale di Chiesa in Lavorare con lentezza è buona, come anche la volontà, molto giusta, di dare rilievo anche a quel periodo difficile e controverso. Il suo film parte dall’idea di mettere in evidenza quanto di più positivo, stimolante e fecondo c’è stato nel ’77 e si concentra su Radio Alice, su cui Chiesa aveva già girato il documentario Alice è in paradiso. Tuttavia, nel passaggio dal documentario alla sceneggiatura di Lavorare con lentezza, la struttura narrativa si rivela più fragile, il distacco ironico e il coinvolgimento drammatico non sempre si accordano, gli inserti comici non sono del tutto amalgamati, soprattutto con quelli polizieschi alla Jean-Claude Izzo.
La parte più solida del film resta la ricostruzione storica politica e culturale, così come anche l’interpretazione degli attori, soprattutto dei due protagonisti, presi letteralmente dalla strada e giustamente premiati come migliori promesse col premio Mastroianni.
Benché Lavorare con Lentezza resti un film troppo netto nelle distinzioni ideologiche, tuttavia ha il merito di tenere viva una memoria storica che troppo spesso scade nel luogo comune e che invece non smette di dare il suo contributo, forte seppur controverso, al presente.

[settembre 2004]


RUDAO LOGHU BANG
regia: Johnnie To
sceneggiatura: Yu Nai-hoi
fotografia: Cheng Siu-keung
montaggio: David Richardson
musica: Peter Kam
interpreti: Louis Koo, Aroon Kwok, Cherrie In, Tony Leung Ka-fai
produzione: China Star
durata: 94'
origine: Hong Kong 2004

di Marina Del Vecchio
Ispirato al judo non solo nella trama, che intreccia le vicende di due giovani judoka e di un imbattuto maestro (un Tony Leung Ka-fai segnato nei tratti dall'età), ma soprattutto nell'impianto, che si basa sulla volontà di rinascita e di riscatto dei protagonisti nonostante i colpi e le cadute che subiscono sulla propria strada, il nuovo film di Johnnie To alterna la violenza dei combattimenti e dello spirito implacabile del judo - ma anche la sua rivisitazione autoironica - ai tratti leggeri e poetici della storia dei tre personaggi principali: un ex campione alla deriva, un aspirante judoka che sfida cavallerescamente chiunque incontri per entrare nella leggenda e una ragazza che sogna di sfondare come cantante. E' proprio per questo che Rudao Longhu Bang (Trhow Down) si potrebbe considerare quasi una sorta di bilancio e di rinnovamento di tutta la sua carriera di regista. Tra l'omaggio a Kurosawa e la rilettura di Tarantino, Coppola e Scorsese - per sua stessa ammissione tra le fonti ispiratrici del fim - To esaurisce il debito con i grandi e insieme amplia il raggio d'azione del suo cinema, già magnificamente coreografico e musicale, ottenendone sequenze che pur nella loro sempolicità sono come girate in stato di grazia e che conferiscono alla trama un insolito slancio.

[settembre 2004]


STRINGS

regia: Anders Ronnow
sceneggiatura: Naja Marie Aidt, Anders Ronnow
fotografia: Kim Hattesen
montaggio: Leif Kieldsen
produzione: Niels Bald
origine: Danimarca
durata: '92

di Marina Del Vecchio
Tragedia politica sulla sete di vendetta e primo film interamente girato con delle marionette, Strings, nato dal genio nordico di Anders Ronnov, è in realtà un dramma a forti tinte scespiriane in cui i personaggi, pur essendo fatti di legno, sono a tutto tondo e tutt’altro che monocolore. Le tematiche prese dalla letteratura nordica si intrecciano all’antica tradizione praghese di criticare il sistema politico attraverso le storie di marionette.
Gli elementi più interessanti sono senz’altro il tema dell’impossibilità di stabilire a priori chi sono i nostri nemici e l’idea dei fili che legano le vite dei protagonisti, che finisce per porre più universalmente l’accento sulla responsabilità individuale, legata indissolubilmente al destino collettivo.
Come già ripete Linklater nei suoi film, in particolare in Waking Life, gli esseri umani esistono in quanto tali perché sono in comunicazione e in contatto con altri uomini e ciò che conta non è l’individuo preso in sé ma lo spazio in mezzo che si crea tra lui e l’altro. La trama di Strings si impreziosisce, inoltre, di una fotografia che privilegia luci e ombre e di accurate scenografie, fantastiche ma mai pacchiane, degne del team del Signore degli Anelli, ma interamente eseguite a mano nel recupero, affascinante, di una tradizione artigiana sempre più dimenticata dal cinema.

[settembre 2004]