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WYONG (USELESS)

di Marina Delvecchio

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L’attitudine verso la realtà che ritrae e l’attenzione per la storia, dei personaggi come degli oggetti, non è diversa, nel cinema di Jia Zang-ke, nei film di finzione come nei documentari. Anche in Wuyong i vestiti, com’era già stato per la pittura in Dong, sono uno spunto per riflettere sul tempo e sulla storia, per abbracciare le vite e i volti di un universo che Zang-ke vuole registrare e consegnare al nostro sguardo prima che scompaia per sempre, come le vite degli abitanti della diga delle Tre Gole, nel suo ultimo lungometraggio premiato l’anno scorso con il Leone d’oro, Still Life.
“L’espediente dei vestiti ci ha permesso di girare in tre aree distinte e di scoprire la realtà di vite appartenenti a classi economiche molto diverse.”: una fabbrica di vestiti a Canton, in cui agli operai è affidata la realizzazione di vestiti fatti in serie; l’atelier della più famosa stilista cinese, Ma Ke, che prepara la sfilata parigina che lancerà il suo nuovo marchio, “Wuyong”, cioè “inutile”; infine una piccola sartoria nell’area mineraria di Fenyang, la cui clientela abituale sono i minatori della zona.
Nel primo affresco la macchina da presa di Zang-ke si muove dall’oggetto all’uomo e, di nuovo, dall’uomo all’oggetto, mentre il fragoroso rumore delle macchine in funzione si mescola alla colonna sonora. Gli operai, in prevalenza donne, lavorano sotto le lampade a fluorescenza immerse nell’umidità di Canton: il lavoro quotidiano di ognuno fa parte di una catena di montaggio che realizza prodotti destinati a sconosciuti clienti occidentali. Il classico movimento “a scoprire” della mdp di Zang –ke ne illumina i volti, abbraccia le schiene chine, scopre le mani al lavoro. Dall’etichetta dei vestiti che le operaie stanno fabbricando, “Exception”, si passa all’emporio di Canton in cui vengono venduti: appesi a scheletriche grucce o su manichini nudi e freddi i vestiti fatti in serie, tutti uguali, sembrano ancora più insensati. Ma chi li ha concepiti è in realtà una stilista controtendenza, Ma Ye, che solo dopo essersi affermata sul mercato può tentare la vera strada dell’”eccezione”: pezzi unici fatti a mano e portatori di una storia come la persona che li indossa. Zang-ke intervista Ma Ye alla vigilia della sfiliata parigina invernale. “Gli oggetti fatti a mano destinati a durare perché hanno impiegato del tempo a venire alla luce. Hanno una storia, e tutti possono scambiarsi oggetti e storie.” È questa la filosofia dietro il nuovo marchio presentato da Ma Ye a Parigi, “Wuyong”. Vestiti, cioè, che abbiano memoria: del luogo e della persona che li ha concepiti. Ad essi Zang –ke contrappone le vetrine di Prada e Dior, uguali ovunque. I modelli e i manichini usati dalla giovane stilista, intrisi di terra e di elementi naturali, assomigliano ai minatori del Fenyang che emergono dalle miniere, nella terza e ultima parte di Wuyong. Sono loro i clienti abituali dell’unico sarto della zona rimasto. Ma il suo negozio sta per chiudere, sopraffatto dalla concorrenza dei supermercato e dai vestiti in serie, economici e alla moda. Ormai il suo lavoro si limita alle riparazioni, che costano intorno ai due yuan.
Ed è proprio su di lui intento al lavoro che la macchina di Zang –ke si ferma e che il documentario si chiude, nel tentativo di ritrovare i ricordi e le sensazioni del passato pur muovendosi in un presente che dura meno di una stagione, come i vestiti usa e getta.

[dicembre 2007]